Restare incinta: fecondazione su misura - Dolce Attesa

13 marzo 2015

Restare incinta: fecondazione su misura

Restare incinta: fecondazione su misura

Di giorno in giorno, i progressi della ricerca e della tecnologia rendono sempre più efficaci gli interventi di procreazione assistita e aumentano le probabilità di chi vuole restare incinta. Oggi l’innovazione va verso la personalizzazione dei trattamenti, “tagliati” su misura in base alle condizioni specifiche, all’equilibrio ormonale e all’assetto genetico della donna. Ecco alcune tecniche all’avanguardia disponibili nei più moderni centri per la PMA.

La riserva ovarica

Non sempre l’età anagrafica e l’età biologica di una donna coincidono. L’età biologica, per quanto concerne la fertilità, si stabilisce valutando il patrimonio ovarico residuo dell’aspirante mamma. Attraverso poche indagini non invasive, come il dosaggio ematico dell’ormone anti-Mulleriano (AMH) e dell’ormone follicolo- stimolante (FSH) e l’esame ecografico delle ovaie, è possibile stimare l’entità della riserva di ovociti ancora disponibili, la loro qualità e mettere a punto un protocollo di PMA mirato.

Nel corso della vita non se ne sviluppano di nuovi. Al contrario, il loro numero cala progressivamente e di pari passo peggiora la qualità degli ovociti. Una neonata possiede in media un milione di follicoli, che scendono a circa 300.000 alla pubertà, a 25.000 intorno ai 40 anni e a 1.000 alla menopausa, intorno ai 50 anni. Alcune donne, per varie ragioni, esauriscono precocemente la loro riserva ovarica e vanno in menopausa prima delle altre.

L’AMH e l’FSH sono due ormoni coinvolti nel processo di maturazione dei follicoli e il loro dosaggio nel sangue, associato all’osservazione ecografica delle ovaie, permette di stimare la fertilità residua. Se la donna risulta prossima all’esaurimento delle riserve ovariche, al di là dell’età anagrafica che non sempre è indicativa, esistono interventi terapeutici che migliorano la sua risposta alla stimolazione ovarica nell’ambito di un trattamento di procreazione assistita, come la somministrazione di farmaci androgeni che aumentano il livello di testosterone, l’ormone sessuale maschile che, a sua volta, favorisce la maturazione degli ovociti.

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Il giusto dosaggio

A influire sulla risposta della donna alla stimolazione ovarica nell’ambito di un trattamento di PMA è anche il suo profilo genetico. La farmacogenomica è la branca della farmacologia che studia trattamenti terapeutici calibrati in base alle differenze genetiche tra pazienti. Oggi questa disciplina sta rivoluzionando il trattamento di malattie gravi come i tumori, ma trova sempre più applicazione anche nella personalizzazione della fecondazione assistita.

I ricercatori hanno identificato minime varianti della struttura di quattro geni che influiscono sulla risposta dell’organismo alla stimolazione farmacologica dell’ovulazione. I geni sono FSHR, ESR1, ESR2e CYP19. Dalla loro analisi su un campione di sangue dell’aspirante mamma, lo specialista può prevedere quale sarà la risposta dell’organismo della paziente alla stimolazione farmacologica e calcolare la durata ottimale del trattamento e il dosaggio giusto per avere il massimo dell’efficacia con il minimo rischio di reazioni indesiderate.

Un utero accogliente

Il successo di un intervento di fecondazione assistita non dipende solo dal numero, dalla qualità degli ovociti e dalle condizioni degli embrioni ottenuti, ma anche dal tessuto endometriale, quello che riveste internamente l’utero, dove l’embrione dovrà annidarsi.

Il 20% dei fallimenti della PMA è dovuto a un endometrio non ricettivà, che non consente l’attecchimento dell’embrione e l’avvio della gravidanza. Oggi esiste un esame, il test ERA, che si esegue durante un ciclo mestruale precedente l’impianto e permette di individuare qual è il giorno del ciclo più consono al trasferimento in utero dell’embrione. Il test di ricettività endometriale, o test ERA, si effettua durante un ciclo spontaneo e non stimolato, cinque giorni dopo l’ovulazione, quando l’endometrio è al massimo della sua ricettività.

Il ginecologo introduce per via vaginale una sottile cannula nell’utero e aspira una piccola quantità di tessuto endometriale. Analizzando 238 geni nel campione, verifica l’effettiva ricettività dell’endometrio in corrispondenza di quel giorno. Se l’endometrio non risulta ricettivo, la finestra di tempo ottimale per l’attecchimento dell’embrione potrebbe essere spostata in avanti, dunque è necessario ripetere il prelievo in un ciclo successivo, due giorni più tardi rispetto al precedente. In caso di necessità esistono anche trattamenti farmacologici in grado di aumentare la ricettività del tessuto endometriale e prepararlo all’impianto.

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