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14 febbraio 2019

Lupus eritematoso: non è più un ostacolo alla gravidanza

Non c’è motivo di rassegnarsi o perdere le speranze: basta seguire un percorso adeguato fin da quando si cerca un bebè

Lupus eritematoso: non è più un ostacolo alla gravidanza

Pianificare il concepimento e farsi seguire da un’équipe di specialisti, prima, durante e dopo i nove mesi: sono queste le due mosse fondamentali che fanno sì che una donna affetta da lupus eritematoso sistemico, o altre malattie reumatiche, possa portare a termine la gravidanza e avere figli sani. “Spesso arrivano al nostro ambulatorio donne demoralizzate, magari perché hanno letto informazioni errate su internet”, osserva Maria Gerosa, Responsabile dell’ambulatorio “Pregnancy Clinic” dell’ASST Gaetano Pini – CTO di Milano e ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano. “Ma si tratta di dati vecchi, quando la malattia era meno conosciuta. Ora non è più così: una donna con questa patologia può tranquillamente coronare il proprio sogno di avere un figlio. Anzi, anche più di uno, se lo desidera”.

Qual è il percorso che la donna dovrebbe compiere?

In Italia, l’incidenza del lupus è fra i 3 e i 5 nuovi casi all’anno ogni 100mila abitanti. La malattia interessa in netta prevalenza le donne e il picco si presenta tra i 15 e i 45 anni, quindi in piena età fertile. “Nel nostro ambulatorio, valutiamo innanzitutto la ‘storia’ di ogni donna e il suo tipo di malattia”, spiega la dottoressa Gerosa. “Il lupus eritematoso è una patologia molto eterogenea: le sue manifestazioni possono variare molto da paziente a paziente. Ci sono forme più lievi e altre più gravi, anche se oggi, grazie ai farmaci e al fatto che la malattia viene diagnosticata sempre più precocemente, il rischio che arrivi a provocare danni irreversibili è molto più basso rispetto al passato”. Le zone più colpite, in genere, sono la cute, le mucose, i reni e le articolazioni (anche se tutti gli apparati possono essere coinvolti). “In secondo luogo, viene presa in esame la terapia: si valuta se sia il caso che i farmaci che la donna sta assumendo vengano sospesi prima del concepimento e sostituiti con altri più adeguati oppure possano essere continuati. Una volta intrapresa la gravidanza, il nostro centro rimane a disposizione per qualsiasi eventuale modifica o modulazione della terapia”.

Ci sono problematiche particolari legate alla gravidanza?

“Durante l’attesa la patologia può talvolta riacutizzarsi. Il rischio è di circa il 20%, ma se la gravidanza è ben programmata in genere si tratta di sintomi lievi, che possono essere ben controllati con farmaci permessi anche durante i nove mesi”, spiega l’esperta. “Il lupus eritematoso, poi, può esporre a un maggior rischio di sviluppare complicanze tipiche della gravidanza: ad esempio, la gestosi, un’alterazione della funzionalità della placenta e quindi uno scarso sviluppo del feto o il parto prematuro. Oggi, però, sappiamo che queste problematiche si riducono moltissimo se la gravidanza viene programmata in un momento in cui la malattia è in fase di remissione – cioè è in ottimo controllo e ben gestita dai farmaci – da almeno sei mesi”.

Il lupus eritematoso può causare difficoltà per il concepimento?

“Questa malattia non ha alcun effetto negativo sulla fertilità”, rassicura la specialista. “È vero, però, che l’età media delle donne con lupus in attesa di un figlio è un po’ più alta rispetto alla media. Questo succede, appunto, perché viene raccomandato di pianificare con attenzione la gravidanza e, quindi, viene spesso posticipata in attesa di raggiungere il momento più favorevole”. E per quanto riguarda i farmaci assunti per tenere sotto controllo la malattia? “Ci sono, in effetti, trattamenti che possono dare qualche problema da questo punto di vista, per esempio quelli a base di ciclofosfamide, un farmaco utilizzato nelle forme più aggressive, che può ridurre un po’ la fertilità”, dice l’esperta. “Negli ultimi anni, tuttavia, si è visto che il rischio di questa infertilità indotta può essere notevolmente diminuito utilizzando prima della terapia alcuni farmaci in grado di mettere a riposo l’ovaio”.

Il parto potrà essere naturale?

“Sì, anzi, è consigliabile che lo sia”, dice l’esperta. “Il parto cesareo è pur sempre un intervento chirurgico che comporta uno stress per l’organismo. Inoltre, dato che la malattia aumenta leggermente il rischio di trombosi, è meglio evitare che la donna sia costretta al riposo a letto, anche se per pochi giorni”. La neomamma, infine, se lo desidera, potrà allattare al seno. “Molti farmaci possono essere assunti senza problemi anche durante l’allattamento”, conferma la dottoressa Gerosa.

 

di Francesca Mascheroni

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