Eterologa senza tabù: storia di una madre e delle sue emozioni

21 agosto 2019

Eterologa senza tabù: storia di una madre

Una mamma e una psicologa ci raccontano le difficoltà di una scelta spesso complicata, tra sogni e paure, in attesa di stringere tra le braccia il bebè

Eterologa senza tabù: storia di una madre

Arrivare a una gravidanza dopo un percorso di procreazione assistita è un’emozione a sé: lo sa bene chi ci è passato. Ne abbiamo parlato con una mamma che è rimasta incinta grazie a un percorso di Pma eterologa, e con la dottoressa Rebecca Autorino, psicologa e sessuologa, responsabile del centro d’ascolto della clinica di Pma del centro Omnia Salute di Roma.

La storia di Marina

Il percorso di Marina (nome di fantasia, ndr) comincia poco dopo le nozze. “Io e mio marito sapevamo che avremmo potuto avere problemi di fertilità. Entrambi abbiamo problemi di salute: io ho sofferto di anoressia e lui è affetto da talassemia major”. Per questo hanno subito dato avvio ad approfondimenti diagnostici: “Io sono risultata fertile, mio marito sterile”.

Era il 2014, l’anno in cui una sentenza della corte di Cassazione aveva riportato anche in Italia la possibilità di sottoporsi alla procreazione assistita eterologa. Quella cioè che prevede donazione di gameti esterni alla coppia. “Siamo stati fortunati, perché abbiamo potuto provare questa strada senza espatriare. Ci siamo rivolti al centro di Careggi, tra i primi centri pubblici italiani a offrire questa possibilità. Siamo stati seguiti dall’ambulatorio Pma diretto dalla professoressa Maria Elisabetta Coccia”.

Qui lo riassumiamo, ma il percorso per arrivare al pancione è stato in salita. Fatto di attese del giorno giusto, un tentativo andato male, poi brusche frenate per il rischio di sottoporre Marina a una pericolosa iperstimolazione. Viaggi a Firenze dal sud Italia, tante spese. Fino a quel giorno di luglio in cui è nato lui, Giorgio che, appena venuto al mondo, con uno strillo in sala parto ha dipinto tutto con colori nuovi.

Lo scalino psicologico, tra sogni e paure

La storia di Marina è molto simile a quelle delle tantissime mamme che ogni anno danno alla luce bambini dopo un’eterologa. Un percorso fatto di tanti, immensi, “momenti di passaggio”.
“Il vero scalino psicologico è il passaggio dalla Pma omologa a quella eterologa. Che spesso viene vissuta come una ‘resa’ alla propria incapacità di procreare. La coppia, spesso, si trova a dover elaborare un secondo lutto. Non solo quello nei confronti della propria capacità di procreare, ma anche quello nei confronti del proprio Dna”, sottolinea Rebecca Autorino.

Si tratta di un processo faticoso, che trascina con sé un universo di paure. Un sostegno psicologico può essere fondamentale. “Sono emblematici, in questo senso, i sogni comuni a tante donne che si avvicinano alla Pma. Sognano di prendersi cura di animali bisognosi, spesso piccoli gattini feriti o abbandonati. Oppure di essere “tradite o lasciate” dal marito nel passaggio dalla Pma omologa all’ovodonazione. Soprattutto quando tale passaggio risulta essere più faticoso emotivamente”, racconta la psicologa.

“Non mi somiglierà”. È questo uno dei primi timori di fronte alla scelta eterologa. Alternato a quello che non somiglierà all’uomo che ama (nel caso di Pma eterologa con donazione di seme maschile). “La paura di non riconoscere il proprio figlio svanisce, la maggior parte delle volte, dopo la prima ecografia. Tende a diventare una sfumatura”, rassicura l’esperta. Grazie alle risorse interiori della donna e della coppia che possono fare da cuscinetto e supporto a tutti questi vissuti.

Senza scordare l’epigenetica, il bagaglio di caratteristiche “aggiunte” che prescindono dal patrimonio genetico. “I bambini cresciuti nel pancione delle loro mamme finiscono per somigliare loro comunque”, spiega la psicologa. “Senza scordare il profondo lavoro psichico di accoglienza e intimità che ogni mamma pian piano crea con il proprio bimbo. Inizia a vederlo in ecografia e man mano sente che è davvero lì, che è arrivato, che si è riusciti a realizzare quel progetto generativo”, aggiunge.

Un’altra delle difficoltà psicologiche che si innescano è legata al fatto che nella coppia entri una terza figura: il dottore. “Quando si comincia il percorso, ma la gravidanza non si è ancora instaurata, la figura del medico viene vissuta con fatica. La coppia tende a depotenziarsi. Il figlio non viene vissuto come il risultato di un intimo atto di amore e la responsabilità del concepimento passa, idealmente, al medico. È anche in conseguenza di questa delicata dinamica che, spesso, si passa da un dottore all’altro quando il primo non soddisfa le attese”, racconta la psicologa.

Uomo e donna: modi diversi di sentire l’eterologa

Tutti questi ingranaggi psicologici mettono in moto un mondo di emozioni. Che uomo e donna vivono, ovviamente, in modo diverso: “L’uomo tendenzialmente vive la Pma più serenamente. Anche se c’è una grande variabilità, in base alla personalità e alle dinamiche di coppia”, spiega la psicologa. Che aggiunge: “Nell’uomo con problemi di fertilità il dolore si muove su due binari. Da una parte la frustrazione di non poter diventare padre, dall’altra quella di non riuscire a far diventare madre la propria compagna”. Per questo spesso l’uomo vive l’approdo all’eterologa quasi come una liberazione. Ed è più difficile che la avverta come un tradimento.

Più complesso, invece, il modo di affrontare la Pma al femminile. “La donna, anche inconsciamente, sente molto il peso del fallimento maschile. E questo può portare a rabbia, frustrazione e abbandono. Quando invece è lei stessa ad avere problemi di fertilità, è più frequente che abbia bisogno di elaborare quello che vive come un tradimento. Sente di non essere ‘riuscita a funzionare’ e si colpevolizza”. Oltre al fatto che è sempre la donna a doversi sottoporre a importanti cure mediche e indagini specialistiche. “Questo non fa che intensificare ancora di più le emozioni di ‘sacrificio’ psicofisico legate alla Pma”, spiega.

Tanta ansia, da superare insieme

Una volta instaurata, la gravidanza viene vissuta in modo più ansioso. “Queste future mamme tendono a essere iperprotettive, a vivere molti momenti di grande allarmismo, perché il loro è quasi sempre un traguardo veramente sospirato”. Per tutti questi motivi, il sostegno psicologico può rivelarsi indispensabile. “Il lavoro psicologico ed emotivo deve concentrarsi sul prendersi cura di quella parte ferita, per poi potersi prendere cura serenamente del bambino”, spiega Rebecca Autorino.

“La dinamica vincente è quella in cui la coppia raggiunge questa consapevolezza: non importa più come, e con quale aiuto, arriva questo sospirato bambino. L’importante è poterlo stringere tra le braccia e poterci riuscire insieme”. Le coppie che toccano questo traguardo emotivo riescono a vivere più serenamente una scelta difficile come quella dell’eterologa. “Rinforzo spesso nelle mie pazienti il pensiero: senza l’unione di voi due, della vostra coppia, di sicuro quei gameti non si sarebbero incontrati”.

Le fa eco Marina. “Seppure siano figli di eterologa, la bellezza del desiderio di genitorialità che ci porta a cercare una gravidanza attraverso la scienza è che dal momento in cui quel test casalingo risulta positivo, da quando le Beta hCG sono positive, anche il genitore ‘sterile’ ama il bambino. Questa era una mia paura: che magari, nel mio caso, mio marito potesse non accettarlo o non amarlo. Invece abbiamo pianto e sofferto insieme per nostro figlio. E nessuno più pensa che sia frutto di un’eterologa. Sono molte le persone che si pongono questa domanda. Saprò amarlo come figlio nostro? Il mio compagno lo accetterà? La risposta è sì”.

di Giulia Righi

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