Travaglio: quanto dura? Tutti i fattori da tenere sotto controllo

03 aprile 2019

Travaglio: quanto dura? Tutti i fattori da tenere sotto controllo

Troppo precipitoso o, al contrario, lungo ed estenuante: ogni travaglio è un caso a sé. Esistono però tempistiche di massima che valgono per controllarne l’andamento e preservare il benessere di mamma e bebè

Travaglio: quanto dura? Tutti i fattori da tenere sotto controllo

Se si è al primo figlio, possono volerci, in totale, tra 8 e 18 ore di travaglio. Se si è già al secondo, tutto va più veloce e le ore scendono tra 5 e 12. Ma, come è evidente, la forbice è ampia e la durata è soggettiva. Fare paragoni non è mai utile e, innanzitutto, occorre una precisazione: molto dipende da quando si fa partire il cronometro. Spesso, infatti, si comincia a contare il tempo in anticipo o in ritardo.

Ampie variazioni: ecco perché

“Sfatiamo un mito: è molto raro che un parto sia stato davvero precipitoso o, al contrario, eterno. Il conteggio deve partire all’inizio della fase attiva del travaglio, diagnosticata con esattezza”, premette Marina Lisa, ostetrica dell’Associazione La Maternità di Torino. “Esistono parametri precisi: collo dell’utero completamente appianato, dilatazione di 4 centimetri con contrazioni regolari, almeno 3 ogni 10 minuti e della durata di 20 secondi minimo”.

Ci sono, poi, molte ragioni per cui un travaglio, dopo essersi avviato, progredisce più in fretta o meno. “A volte ci sono cause fisiche che possono rallentare, come una mal posizione del bambino o una particolare conformazione del bacino, altre volte invece è l’ambiente ospedaliero che ‘inibisce’ la cascata ormonale”, spiega Lisa. “Al contrario, un parto veloce in genere è associato a un particolare benessere di mamma e bebè e non comporta problemi”. Diverso il caso del vero e proprio “parto precipitoso”, che coglie tutti di sorpresa. L’unico rischio, in questo caso, è di non arrivare in tempo in ospedale e non ricevere quindi un’assistenza adeguata.

PartoCosa succede all'arrivo in ospedale?

Occhio agli intervalli minimi e massimi

Le indicazioni scientifiche più recenti sulla durata standard delle varie fasi del travaglio si trovano nelle Linee Guida del NICE (National Institute for Health and Clinical Excellence) Intrapartum care for healthy women and babies, uscite nel 2014 e aggiornate nel 2017. La fase dei prodromi, che precede il travaglio attivo, non viene nemmeno conteggiata. “Il Nice non dà indicazioni sui prodromi perché la loro durata è estremamente variabile e soggettiva”, chiarisce l’ostetrica. Si tratta di un importante lavoro di preparazione, con contrazioni irregolari o la perdita del tappo mucoso, che può avvenire anche poco per volta. Può, insomma, durare giorni, oppure trasformarsi in poche ore direttamente in un travaglio vero e proprio.

In seguito, parte il cronometraggio del primo stadio, cioè la fase dilatante o attiva. “Per le donne al primo figlio, la fase dilatante dura normalmente circa 8 ore e raramente supera le 18”, stabiliscono le Linee Guida del Nice. “Per chi ha già avuto un bambino, dura circa 5 ore e di rado supera le 12”.

Concluso il primo stadio, a dilatazione completa, parte poi il secondo stadio, cioè la fase espulsiva. Per la tempistica, anche qui è determinante il momento in cui si comincia a contare. “La nascita è attesa entro 3 ore dall’inizio delle spinte attive nella maggior parte delle donne al primo figlio”, scrive il Nice. “Entro 2 ore nella maggior parte delle donne che hanno già avuto altri bambini”. Per spinte attive si intendono quelle che seguono un impulso irrefrenabile, cioè sono di fatto involontarie. “È un errore comune considerare iniziata la fase espulsiva presto, quando la testa del bebè non è ancora ruotata e la mamma ‘sente’ il premito, ma di fatto non spinge ancora”, precisa l’ostetrica.

Dopo la nascita del bebè, bisogna ancora attendere il secondamento, cioè la fuoriuscita della placenta, che di solito impiega tra i 20 e i 60 minuti.

Secondamento e i primi istanti dopo il partoCosa succede?

Il tempo del travaglio? È controllato dal partogramma

In tutti i punti nascita si utilizza ormai di routine il partogramma (quello raccomandato dalle società scientifiche è dell’OMS): un grafico sul quale si annota nel tempo l’andamento della dilatazione, la frequenza e l’intensità delle contrazioni e il benessere fetale. È molto utile per individuare in modo “oggettivo” la progressione del travaglio. E intervenire in caso di arresto. Ma lo schema in uso, che prevede al massimo 12 ore totali per il primo parto (6 ore per quelli successivi), è troppo ristretto. Tanto che il NICE inglese ha già esteso la durata complessiva del partogramma a 24 ore, perché altrimenti si rischia di intervenire inutilmente. Soprattutto in caso di epidurale, va utilizzato uno schema adattato: la partoanalgesia può comportare tempi un po’ più lunghi che non è detto siano sinonimo di un problema in corso.

EpiduraleA quali condizioni?

Come si affrontano anticipi o ritardi?

Un travaglio normale procede con un centimetro di dilatazione all’ora. Ma se i tempi si allungano, cosa succede? Esistono due interventi ostetrici per accelerare: la rottura manuale delle acque e l’infusione di ossitocina. Entrambi aumentano intensità e frequenza delle contrazioni. Ma oggi si preferisce ricorrervi il meno possibile, per evitare di interferire con la dinamica naturale del parto e, soprattutto, evitare gli effetti collaterali dati da questi interventi. Chi assiste, insomma, dovrebbe metterli in atto soltanto se osserva un rallentamento o addirittura un blocco che indica una deviazione rispetto alla fisiologia. Questi interventi alterano, infatti, il ritmo del travaglio e potrebbero innescarne altri in una catena di procedure spesso ancora utilizzate nei reparti maternità italiani.

Ma esistono anche alternative più naturali. Per favorire l’evoluzione di un travaglio che va a rilento si possono, ad esempio, assumere posizioni che favoriscono la progressione della testa del bambino, a seconda dello stadio del travaglio in cui ci si trova. Una revisione Cochrane del 2013 dimostra che, nella fase iniziale, la posizione eretta riduce la durata del periodo dilatante da un minimo di 80 minuti fino a 3 ore perché lo stare in piedi favorisce l’apertura dello “stretto superiore”, il primo passaggio del bacino della mamma che il bambino affronta per incanalarsi e uscire.

Quanti pregiudizi da smantellare!

Nessuno può prevedere con certezza quanto durerà il travaglio. Bando, quindi, ai pregiudizi. Non ha alcun fondamento scientifico la diceria secondo la quale la durata sarebbe ereditaria, a seconda cioè di com’è andata alla propria mamma. “È soltanto una leggenda”, dice l’ostetrica Lisa. Su questo argomento, che alimenta molti interrogativi, i falsi miti si sprecano. “Non è affatto detto che un travaglio lungo imponga sempre un cesareo, come spesso si sente dire in giro”, spiega ad esempio l’esperta. “L’intervento chirurgico è indicato solo in caso di sofferenza fetale o mancata discesa nel canale del parto, ma che va certificata in base al partogramma e attraverso il monitoraggio del battito del bambino”.

Rimane invece aperto il dibattito su quanto possa incidere l’analgesia epidurale su un eventuale rallentamento del travaglio (soprattutto nella fase espulsiva). Uno degli ultimi studi in ordine di tempo è stato condotto dal Centro Medico Beth Israel Deaconess a Boston. I risultati, pubblicati su Obstetrics & Gynecology, scagionerebbero la partoanalgesia in quanto i tempi non si sarebbero allungati rispetto al gruppo di controllo. “È un tema molto delicato, perché l’esperienza clinica ci direbbe il contrario”, commenta l’ostetrica. “Sarebbe opportuno fare riferimento alle metanalisi, cioè alle ricerche che raccolgono i dati di diversi studi ottenendo un campione molto più ampio”. In base a questo tipo di studi, ad esempio, la linea guida dell’agenzia inglese National Collaborating Centre for Women’s and Children’s Health associa l’epidurale a un prolungamento del secondo stadio del parto, ma non di quello dilatante. Comunque, epidurale o no – una volta cronometrate le prime contrazioni – meglio dimenticarsi dell’orologio.

La regola delle 5 P

Ogni donna è unica nella sua normalità. Gli esperti hanno individuato 5 fattori che determinano l’andamento di ogni parto. E quindi anche la sua durata.

POWER (la forza): il tipo di attività contrattile, che può variare con l’età.

PASSAGE (il canale da parto): le dimensioni del bacino, la capacità del collo dell’utero di non opporre resistenza alla dilatazione.

PASSENGER (il feto): il peso e la posizione del bambino (se è posteriore, impiega 1/4 del tempo in più).

PAIN (il dolore): come si affronta il dolore e l’eventuale ricorso alla partanalgesia.

PSYCHE (lo stato emotivo): l’ansia – sia della donna sia dell’operatore che la segue – rallenta la progressione.

 

di Chiara Sandrucci

 

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