Parto: perché c'è bisogno di un luogo protetto - Dolce Attesa

28 novembre 2016

Parto: perché c’è bisogno di un luogo protetto

Se accolta in un ambiente tranquillo, ogni donna è in grado di ritrovare le sue competenze innate e dare alla luce il suo bambino "secondo natura"

Parto: perché c'è bisogno di un luogo protetto

Accogliere il tuo bimbo in un ambiente intimo, tranquillo, silenzioso. Affrontare le fatiche del travaglio e le emozioni della nascita con a fianco una persona cui vuoi bene e un’ostetrica che vigila sul tuo benessere e su quello del tuo bambino. Si è visto che l’ambiente, la situazione, l’atmosfera in cui si svolge la nascita possono influire in modo determinante sul buon esito del parto stesso. Vediamo perché è tanto importante non “disturbare” la nascita!

 

Un cocktail di ormoni alleato del travaglio

Quando il travaglio ha inizio si attivano meccanismi ormonali che sovraintendono alle varie fasi del parto e aiutano la futura mamma e il suo bambino. “Il medico francese Michel Odent parla di ‘cocktail degli ormoni dell’amore’, ormoni secreti dall’area più antica del cervello e necessari per il buon espletamento del parto”, spiega Roberto Fraioli, responsabile sala parto dell’Ospedale Villa Salus di Mestre e membro dell’associazione scientifica Andria. “A cominciare dall’ossitocina, definito ormone dell’innamoramento, che entra in circolo anche durante il rapporto sessuale. Nel parto l’ossitocina è fondamentale poiché attiva le contrazioni, favorisce l’espulsione del feto e dopo la nascita promuove l’attaccamento tra la neomamma e il suo piccino. E, sempre l’ossitocina, garantisce la fuoriuscita del colostro prima e del latte poi, per nutrire il neonato che succhia al seno materno. Durante il travaglio, il corpo della donna secerne inoltre degli oppioidi endogeni, le endorfine, che sono potenti analgesici e rendono più sopportabile il dolore delle contrazioni”.
Perché questi meccanismi ormonali si attivino sono però necessarie condizioni particolari: la donna deve sentirsi al sicuro e non deve sentirsi osservata.
“L’ossitocina è un ormone potente”, spiega Ivana Arena, ostetrica a Roma, “ma anche molto ‘timido’. “Luci, rumori, voci, la presenza di più persone intorno alla donna ne inibiscono la produzione”.
“Se l’ambiente non è favorevole, entrano in circolo gli ormoni dello stress, che possono interferire con l’evoluzione del travaglio stesso”, sottolinea Fraioli. “I tempi si allungano e il dolore viene percepito come più intenso”.

 

Un “nido” per metterlo al mondo

Visto il ruolo determinante degli ormoni nel travaglio, nel parto e nella relazione tra mamma e bebè, quali sono le condizioni indispensabili perché questi meccanismi fisiologici possano attivarsi? Qual è l’ambiente giusto per partorire?

“La donna deve sentirsi al sicuro”, spiega Ivana Arena, “quindi la sala parto non deve essere troppo vasta e gli strumenti tecnologici dovrebbero essere nascosti alla vista. Se la futura mamma ha paura o non si sente a suo agio, entra in allerta e produce adrenalina, ormone che inibisce la secrezione di ossitocina.
Intorno a lei le luci devono essere soffuse, le voci basse. Durante il parto a ‘lavorare’ è la zona più antica del cervello, quella deputata alla produzione di ormoni, mentre la neocorteccia, ovvero la parte più razionale, da cui dipendono ragionamenti e pensieri, deve essere lasciata a riposo. Per questo è importante evitare di parlare con la donna, farle domande, farla sentire osservata. Questi stimoli vanno ad attivare la neocorteccia e interferiscono con la concentrazione della futura mamma. Abbassare le luci permette al corpo della donna di produrre melatonina, ormone che entra in circolo quando ci si sta per addormentare e che quindi contribuisce a ridurre l’attività cerebrale”.

“La donna deve potersi estraniare dalla realtà che la circonda”, spiega Roberto Fraioli. “L’ambiente ovattato in cui si trova, l’assenza di disturbi o interferenze, fanno sì che lei possa ‘andare su un altro Pianeta’. Tutto quello che può attirare la sua attenzione e ‘distrarla’ dal suo travaglio, quindi luci, rumori, persone che entrano ed escono dalla sala parto, rappresenta un ostacolo”.

Infine, molto importante è evitare spostamenti. In alcuni ospedali, al momento della fase espulsiva c’è ancora la consuetudine di trasferire la donna dalla sala travaglio alla sala parto. “Ma in questo modo si rovina l’atmosfera”, spiega Ivana Arena. “La donna viene richiamata prepotentemente alla realtà e questo può rallentare il ritmo del parto. La coppia non dovrebbe spostarsi neppure dopo la nascita: la conoscenza con il neonato dovrebbe avvenire nello stesso ambiente dove il bambino è venuto alla luce”.

 

Un’assistenza discreta e rassicurante

“Per garantire l’intimità e la concentrazione della donna, in sala travaglio dovrebbero esserci solo il partner o un’altra persona di fiducia da lei scelta e l’ostetrica, che è la figura di riferimento per la fisiologia”, spiega Roberto Fraioli. “La presenza di un medico diventa necessaria solo se si devia dalla fisiologia, ovvero se si presentano complicazioni”.

Perché la donna possa sentirsi sicura e riesca a entrare in confidenza con l’ostetrica, è importante la continuità dell’assistenza, che dovrebbe essere one-to-one per tutta la durata del parto. “Se questo non fosse possibile a causa dell’organizzazione dei turni di lavoro, il ‘passaggio di consegna’ dovrebbe avvenire in modo graduale”, commenta Ivana Arena. “L’ostetrica che ha seguito la coppia potrebbe presentare la collega e rassicurare la donna dicendole che la lascia in buone mani e che tutto andrà bene. Ovviamente, è opportuno che l’équipe ostetrica del punto nascita condivida lo stesso metodo assistenziale, per garantire la dovuta continuità”. E, a questo proposito, l’assistenza ideale è quella in cui l’ostetrica… fa il meno possibile!

“Chi è vicino alla donna, al linguaggio verbale dovrebbe preferire quello non verbale, il tocco, la vicinanza, il massaggio”, spiega l’ostetrica, “e se si deve proprio parlare (ma sarebbe meglio non farlo!), è opportuno usare un tono basso e incoraggiare la donna con espressioni semplici e suggestive (ad esempio invitandola “ad aprirsi”), senza darle indicazioni ‘tecniche’ o coinvolgerla in un dialogo che risveglierebbe la neocorteccia.

Papà in sala partoLeggi

Anche le visite ginecologiche dovrebbero essere eseguite solo in caso di necessità, ovvero se ci sono  segnali che fanno pensare a una deviazione dalla fisiologia. In assenza di problematiche particolari o di sintomi sospetti, dopo la prima visita, che avviene di routine quando la donna arriva in reparto, l’ostetrica valuterà la situazione osservando il comportamento della futura mamma.
Insomma, limitando al massimo le interferenze esterne, si tutelano i meccanismi fisiologici che garantiscono il buon proseguimento e la buona riuscita del parto”.

 

Quando si “disturba” la nascita…

E se l’ospedale prevede una serie di interventi che interferiscono con la produzione ormonale e la concentrazione della donna?
“Quando si disturba il travaglio si rischia di provocare una distocia”, spiega l’ostetrica, “ovvero di creare una situazione in cui il travaglio non procede in modo armonico. Un’evenienza, quest’ultima, che in realtà si verifica spesso negli ospedali italiani. Facciamo un esempio. Inizia il travaglio e la donna arriva in reparto. In molti punti nascita la consuetudine è quella di separarla dal partner, che viene invitato ad attendere fuori, mentre si compila la cartella clinica e si procede con la visita e con il monitoraggio. Le domande che vengono rivolte, la separazione dal compagno, l’ambiente estraneo creano uno stato di allerta, la neocorteccia si riattiva, la secrezione di ossitocina che ha fatto partire il travaglio rallenta. Di conseguenza, rallentano anche le contrazioni che per alcune ore possono farsi meno intense e più distanziate. A questo punto, spesso si interviene con l’ossitocina sintetica, per rendere più veloce il ritmo del travaglio. Ma le contrazioni stimolate dall’ormone sintetico sono molto più intense e ravvicinate delle contrazioni ‘normali’ e il dolore risulta meno tollerabile”.

“Questo intervento interferisce pesantemente con la fisiologia del travaglio”, sottolinea Roberto Fraioli, “poiché la somministrazione di ossitocina sintetica inibisce la secrezione spontanea dell’ormone, per il quale in pratica non c’è più spazio. A tutto svantaggio del ‘dopo’ quando, una volta nato il bimbo, nella prima ora successiva al parto l’ossitocina secreta dal corpo materno avrebbe raggiunto il suo picco massimo, facendo scattare l’innamoramento”.

Tra l’altro, quando si mette in atto un primo intervento medico, in genere se ne rendono necessari altri. “La somministrazione di ossitocina sintetica richiede un monitoraggio continuo del battito cardiaco del bambino”, aggiunge l’ostetrica, “perché le contrazioni uterine molto intense possono interferire con l’ossigenazione del nascituro e quindi provocare uno stato di sofferenza. Ma il monitoraggio continuo limita la libertà di movimento della donna, che è fondamentale per gestire il dolore e per favorire l’incanalamento del bimbo. In questa situazione, molte donne non riescono a tollerare le contrazioni e richiedono l’epidurale.

epiduralepro e contro

Spesso i tempi del parto si allungano, a volte diventa necessario il ricorso alla ventosa per aiutare la fase espulsiva. Si verificano quindi interventi a cascata, per cui ci si allontana sempre più dalla fisiologia. Il risultato è un’esperienza di parto più medicalizzata, in cui la donna si sente meno protagonista e il dolore è molto più forte!”.

 

… e il dopo nascita

Lo stesso cocktail ormonale che, se messo in condizioni di funzionare, favorisce e accompagna la donna e il bambino durante il travaglio e il parto continua a svolgere un ruolo determinante nelle primissime ore successive alla nascita. “Subito dopo la nascita, se la mamma ha il suo bimbo tra le braccia e non è distratta da altri stimoli esterni, secerne una potente scarica di ossitocina che la fa innamorare del suo piccino e le fa provare il desiderio intenso di prendersi cura di lui e di proteggerlo”, spiega Roberto Fraioli. “Questo accade a tutte le madri mammifere perché è il meccanismo pensato dalla natura per garantire la sopravvivenza dei cuccioli. Non a caso, in natura la separazione della madre dai cuccioli può avere conseguenze disastrose: può accadere infatti che la mamma non riconosca più i piccoli e non si prenda cura di loro. Ovviamente per le persone è diverso, ma si è visto che lasciando tranquilla la coppia con il proprio piccino, il bonding, ovvero il legame, viene favorito e si riduce il rischio di depressione post parto”.

Depressione post partumCosa sapere

Ancora una volta, l’ambiente è molto importante e così l’assistenza. “Mamma e bimbo non dovrebbero essere separati”, spiega l’ostetrica, “l’ostetrica può valutare il benessere del piccolo mentre lui si trova tra le braccia materne e in caso di necessità il pediatra può visitare il neonato senza allontanarlo dalla madre”.
Intimità, silenzio, assenza di stimoli esterni e interferenze permettono agli ormoni (ossitocina ed endorfine), che già hanno facilitato il parto, di continuare a svolgere la propria funzione favorendo un profondo e reciproco attaccamento tra genitori e bimbo.

“I benefici riguardano anche l’allattamento”, conclude Ivana Arena, “poiché alla nascita il neonato è ‘pronto’ per cercare il seno e succhiare le prime gocce di colostro. E la prolattina, che è l’ormone della maternità, garantisce l’avvio della produzione di latte”.

Scegli il posto giusto

In conclusione, la futura mamma che desidera vivere un’esperienza di parto il più possibile naturale e indisturbata può scegliere un punto nascita dove i tempi del travaglio e del parto e i bisogni della donna e del suo bambino vengono rispettati. Visitare il reparto e la sala parto, parlare con il personale, informarsi a proposito delle consuetudini assistenziali permette alla coppia di individuare la struttura (ospedale, casa di maternità o parto in casa) che meglio risponde alle sue esigenze.

 

Giorgia Cozza

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