Piano del parto: di cosa si tratta? Ecco come compilarlo

10 giugno 2019

Piano del parto: di cosa si tratta?

Una carta dei desideri, preziosa per aprire un dialogo con chi assisterà la nascita e per verificare se la struttura che hai prescelto è davvero pronta ad assecondare le tue esigenze

Piano del parto: di cosa si tratta?

Per le donne inglesi e americane il diritto di scegliere è ormai la regola, da noi invece rimane ancora una questione di principio. La tendenza prevalente è affidarsi alle proposte del ginecologo di fiducia, per cui l’idea di redigere un piano del parto stenta a diffondersi. Eppure, presenta indubbi vantaggi, che è bene conoscere.

Cosa vuoi nero su bianco

Il piano del parto è un documento scritto e firmato in cui si esprimono le proprie preferenze rispetto alla nascita. Va poi allegato alla cartella clinica e quindi consegnato a chi assisterà il parto. Ma sarebbe meglio chiamarlo “piano nascita”, traduzione letterale di birth plan: non contiene infatti solo richieste legate strettamente al parto, ma anche all’assistenza prima e dopo, alla gestione dell’allattamento e del neonato, ai rapporti con gli operatori e i parenti. “Le realtà ospedaliere sono molto diverse tra loro e non tutte garantiscono il tipo di assistenza che ci si immagina”, premette Laura Castellarin, ostetrica dell’ospedale Castelli di Verbania e co-fondatrice dell’Associazione Nascere Insieme. “Normalmente in un piano nascita vengono riportate richieste che prevedono il rispetto della fisiologia, una sorta di strumento di ‘autodifesa’ dalla medicalizzazione del parto ancora attuata in tanti punti nascita. Ma c’è anche chi, al contrario, domanda l’epidurale, il taglio cesareo su richiesta o l’inibizione della montata lattea”. L’obiettivo è riuscire a farsi ascoltare. “Stiamo parlando anche di diritti fondamentali, a volte disattesi nelle nostre sale parto, come ad esempio mangiare e bere durante il travaglio oppure avere un familiare accanto o, ancora, subire una procedura – come l’episiotomia – senza che venga chiesto il parere della futura mamma”, spiega l’ostetrica. Gli aspetti da considerare sono molti e bisogna prendersi il tempo per rifletterci.

Come discuterne con il personale sanitario

Le occasioni di confronto, lungo il percorso nascita, in teoria non mancano. “In genere, le ostetriche sono aperte al dialogo e ogni scelta viene condivisa già in gravidanza: è come se si facesse un piano del parto ‘virtuale’ senza nemmeno bisogno di scriverlo”, fa notare l’esperta. “Se non si ha un’ostetrica curante, si può discutere il piano nascita durante il corso di accompagnamento al parto, nell’Ambulatorio della Gravidanza a termine a 36 settimane, oppure chiedendo un appuntamento alla capo ostetrica del punto nascita dove si intende partorire”. L’importante è parlarne con il personale sanitario ospedaliero prima dell’arrivo in travaglio. Le richieste devono essere realistiche e basate su informazioni corrette (volendo, si può concludere con una frase del tipo: “Queste richieste sono confermate dalle evidenze scientifiche, in particolare dai protocolli OMS”). Altrimenti il piano è destinato a rivelarsi una fonte di delusione per i genitori e a essere “cestinato” senza tanti scrupoli. Va quindi inserito nella cartella clinica e i desideri della donna devono essere trasmessi da un’ostetrica all’altra durante le consegne. Tenendo sempre presente che le scelte espresse potranno essere soddisfatte solo se travaglio e parto procedono poi regolarmente e se non insorgono problemi o complicanze.

OstetricaUna figura preziosa per la futura e neomamma

Piano del parto: un diritto sì, ma fino a che punto?

In Italia se ne parla poco anche perché c’è una certa resistenza da parte dei medici. Molti lo ritengono superfluo perché le buone pratiche vengono già attuate, altri pensano che le donne non abbiano le competenze necessarie per decidere cosa sia meglio per la loro salute. “La mamma invece ha diritto di prendere decisioni su se stessa e sul suo bambino, non si può fare nemmeno un emocromo senza il suo consenso: è un diritto costituzionale”, spiega l’ostetrica Castellarin. “Se una donna nel suo piano nascita rifiuta una terapia ritenuta necessaria, la cura non si fa: in medicina nulla è scontato e niente può essere fatto omettendo il consenso. Questo è il vero punto della questione: il piano nascita impone di parlare con le donne alla pari. In questo modo, in genere, si riesce a raggiungere un compromesso”.

Infine, un ultimo suggerimento. Se si dovessero riscontrare difficoltà nella presentazione del piano del parto o se si ha la sensazione che il proprio parere non venga preso in considerazione, si può valutare l’opportunità di cambiare ospedale. “Talvolta, meglio fare qualche chilometro in più e partorire in una struttura più aperta e attenta ai desideri delle donne, piuttosto che rimanere inascoltate”, conclude l’esperta.

I 10 punti chiave su cui devi esprimerti

  1. Chi avere accanto. Ormai la presenza del partner o di un’altra persona di fiducia è bene accetta quasi ovunque. Ma se si desiderasse qualcun altro, oltre al futuro papà?
  2. Libertà di movimento. Si esprime la richiesta di poter assumere tutte le posizioni che si troveranno più congeniali in travaglio.
  3. Monitoraggio cardiotocografico e visite vaginali. Si può richiedere che queste pratiche siano ridotte perché non interferiscano con l’intimità del travaglio.
  4. Rimedi contro il dolore. Qui si può specificare se si desidera poter utilizzare l’acqua, oppure si vorrebbero massaggi o quant’altro. Chi desidera l’epidurale, può ribadirlo.
  5. Episiotomia. Si può richiedere che questo intervento chirurgico venga effettuato solo in casi di provata utilità, ovvero nel caso di sofferenza fetale.
  6. Ossitocina e manovre. Si possono chiedere restrizioni sull’uso di farmaci, escludendo le somministrazioni routinarie. E anche di evitare pratiche non fondate su evidenze o considerate pericolose per madre e nascituro, come la manovra di Kristeller (una spinta a livello del fondo dell’utero per facilitare la nascita).
  7. Taglio del cordone. Se si desidera che venga “clampato” solo quando ha smesso di pulsare (per permettere la massima trasfusione di sangue al neonato), è meglio specificarlo prima. Qui si può anche ricordare la volontà di donare il sangue cordonale.
  8. Contatto precoce con il bebè. Si definisce “pelle a pelle” e ha molti benefici che si riassumono in una migliore produzione di ossitocina endogena materna (meno perdite di sangue, buon avvio dell’attaccamento madre-figlio, ottima preparazione del seno all’allattamento), migliore adattamento neonatale (stabilità glicemica e termica, meno stress e pianto), precoce inizio dell’allattamento.
  9. Rooming in. C’è chi desidera tenere sempre il bebè con sé nella stanza (rooming in) e chi di notte vorrebbe lasciarlo al nido. Meglio esprimere un parere.
  10. Allattamento al seno. Se si desidera avviare un allattamento esclusivo al seno, qui si può ribadire la propria volontà e specificare che “non vengano somministrati al bebè alimenti diversi dal latte materno, come la soluzione glucosata”.

 

di Chiara Sandrucci

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