Parto indotto: a quali condizioni? Punti di forza e punti "deboli"
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02 maggio 2019

Parto indotto: a quali condizioni?

Quando è necessario anticiparlo o non prende il via spontaneamente, il travaglio può essere indotto. Ma solo se c’è una precisa indicazione medica

Parto indotto: a quali condizioni?

Il travaglio può essere avviato con l’ausilio di farmaci o mezzi meccanici: se il collo dell’utero ancora non è pronto, si impiega un gel a base di prostaglandine che lo fanno maturare, oppure un catetere trans-cervicale per provocare la dilatazione, poi si somministra l’ossitocina per stimolare le contrazioni. La scelta del metodo e il dosaggio dei farmaci utilizzati in caso di parto indotto dipendono dalla storia della gravidanza e dalla situazione al momento dell’intervento.

Una procedura che richiede appropriatezza

Si ricorre all’induzione del travaglio nel caso in cui aspettare il termine naturale della gravidanza comporterebbe più rischi che benefici per la donna e per il nascituro. Come ogni atto medico, richiede appropriatezza. “È necessario indurre, per esempio, quando il travaglio non esordisce spontaneamente e la gravidanza rischia di protrarsi oltre le 42 settimane”, spiega Francesco Cardini, ginecologo di Verona, coordinatore del gruppo di lavoro Aied-Melograno per la qualità dell’assistenza ostetrica.

Un’altra indicazione al parto indotto è la rottura delle membrane a termine, cioè dopo la 37ª settimana: se la futura mamma perde le acque e il travaglio non prende il via spontaneamente entro le successive 24-48 ore, bisogna indurre. “Oppure quando c’è un rischio di patologia materna, per esempio di preeclampsia, se il parto non viene espletato in tempi brevi”, prosegue l’esperto.

Col tempo, però, le indicazioni per il parto indotto si sono ampliate sempre di più. “Faccio un esempio: per evitare di superare il termine di 42 settimane, è opportuno indurre il travaglio quando la futura mamma arriva a 41 settimane e 5 giorni”, spiega il ginecologo. “Negli ultimi anni abbiamo registrato una progressiva tendenza ad anticipare l’induzione dapprima a 41 settimane e 3 giorni, poi a 41 settimane e 1 giorno, e così via. Così, vengono indotti molti travagli che nei giorni successivi sarebbero iniziati spontaneamente. È quel che accade quando un malinteso principio di precauzione prende il posto di una serena valutazione di rischi e benefici”.

C’è persino chi ha proposto di indurre il parto a 39 settimane a tutte le donne alla prima gravidanza in condizioni fisiologiche, cioè in assenza di complicazioni o fattori di maggior rischio. Uno studio americano pubblicato nell’agosto del 2018 sul New England Journal of Medicine arriva alla conclusione che questa condotta sia conveniente, perché ridurrebbe il rischio di eventuali patologie nelle ultime settimane di gravidanza e abbasserebbe la probabilità di dover fare ricorso al cesareo. “Quello studio, che ha generato molte polemiche, ha dato risultati che non è corretto generalizzare”, osserva Cardini. “Se non altro per il fatto che più della metà delle donne in attesa reclutate per la ricerca erano obese e, quindi, non erano affatto a basso rischio. In una popolazione realmente a basso rischio non c’è ragione di indurre a 39 settimane, a meno di specifiche indicazioni”.

Se il travaglio si bloccaCome si interviene

Parto indotto: maggiore attenzione negli ospedali italiani

Negli ultimi anni, anche negli ospedali italiani la percentuale di parti indotti è progressivamente aumentata a scapito di quelli spontanei. “Non esiste una percentuale ideale. Ci sono grandi strutture che raccolgono molti casi di gravidanze con patologie ed è logico che in quei contesti la percentuale delle induzioni di parto sia più elevata”, spiega Francesco Cardini. “E ci sono strutture dove probabilmente si ricorre all’induzione per ragioni che hanno a che fare più con l’organizzazione del lavoro che con le indicazioni mediche. Stiamo lavorando perché le cure offerte alle future mamme siano basate sempre più su criteri di appropriatezza”.

Il personale dell’Ospedale San Gerardo di Monza da tempo dimostra grande sensibilità alla questione. Il protocollo adottato dalla struttura prevede l’offerta di induzione a 41 settimane e 5 giorni, se il travaglio non ha ancora preso il via spontaneamente. Ma se la futura mamma preferisce aspettare ancora, in assenza di fattori di maggior rischio, si attende fino a 42 settimane. In caso di rottura a termine delle membrane, l’induzione viene offerta a 24 ore dalla rottura delle acque. Ma se la donna preferisce, si dà tempo al travaglio spontaneo per 48 ore.

All’Ospedale Infermi di Rimini, l’Ambulatorio di Gravidanza a Termine propone l’induzione a 41 settimane e 3 giorni, ma si aspetta fino a 42 settimane se le condizioni lo consentono e la futura mamma lo desidera. In caso di rottura delle membrane a termine, si aspetta dalle 24 alle 48 ore a seconda della specifica situazione e delle preferenze della diretta interessata.

Punti di forza: è preferibile al cesareo e programmato

“L’induzione di parto è un presidio fondamentale quando c’è indicazione medica”, dice Francesco Cardini. “Salvaguarda la salute della donna e del nascituro”. Se ci sono le condizioni per farvi ricorso, è preferibile al cesareo nei casi in cui il parto non può attendere oltre.

Le tecniche impiegate sono modulabili in funzione della situazione: lo stato di maturazione del collo dell’utero viene valutato per decidere se è necessario usare prostaglandine o stimolazione meccanica; anche in caso di precedente cesareo si può indurre, somministrando piccole dosi di ossitocina.

Il parto indotto, inoltre, è un parto programmato, più facile da gestire dal punto di vista organizzativo.

Punti “deboli”: è una procedura medica

“Si tratta di una medicalizzazione del parto che rende necessario il monitoraggio continuo della salute del feto in travaglio e può aumentare la frequenza di interventi quali il parto operativo – con ventosa – o il taglio cesareo”, dice il ginecologo.

Le contrazioni indotte dalle prostaglandine e dall’ossitocina, poi, sono di norma più dolorose di quelle spontanee. Perciò, a un’aumentata frequenza del ricorso all’induzione si affianca un’aumentata richiesta di analgesia.

“Infine, da un punto di vista psicologico, ogni intervento medico comporta per la donna minor controllo sul proprio parto, maggiore dipendenza, e una diminuita sensazione di saper e potercela fare, che a loro volta potranno pesare sull’esperienza complessiva del parto. Dato che la stragrande maggioranza delle donne che partoriscono sono sane e portano in grembo figli sani, è giusto intervenire solo quando appropriato per proteggere la salute di donna e bambino”, conclude il ginecologo.

 

di Maria Cristina Valsecchi

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