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05 febbraio 2019

Parto attivo, 5 consigli per arrivare preparate

Affrontare il travaglio naturale in piena libertà è un’aspirazione di molte mamme. Ecco le indicazioni dell’ostetrica per programmare al meglio il parto, dalla scelta dell’ospedale alla posizione migliore per ogni mamma

Parto attivo, 5 consigli per arrivare preparate

Vuoi essere protagonista della nascita del tuo bambino? Allora sogni un parto attivo, cioè il contrario della passività e della costrizione a letto. Bella scoperta – si potrebbe obiettare – dato che il parto è per sua stessa natura “attivo” e dinamico: ogni donna dovrebbe potersi muovere e assumere quindi tutte le posizioni che meglio si adattano in quel momento alle sue esigenze. Vediamo come prepararsi fin dalla gravidanza.

1. Sei sicura di te stessa?

Ai corsi di accompagnamento alla nascita se ne parla spesso. Ma le posizioni non possono essere scelte a tavolino, perché il parto attivo non si può ricondurre a una tecnica precisa, non è – insomma – un “metodo”. È piuttosto un atteggiamento mentale che va coltivato fin dalla gravidanza, perché possa svilupparsi e sedimentarsi. “È un modo di porsi già durante l’attesa, soprattutto nel terzo trimestre, quando emozioni e incertezze si fanno più pressanti: è in questo periodo che bisogna essere più che mai informate correttamente per sentirsi libere da condizionamenti”, fa notare Marina Carfagna, coordinatore ostetrico della Ausl Romagna-Cesena. “Il parto attivo è il coronamento di un percorso lungo 9 mesi, al quale arrivare possibilmente più sicure di se stesse, consapevoli di potercela fare”. Non basta, allora, essere in buone condizioni di salute e aver avuto una gravidanza fisiologica (requisiti comunque indispensabili). Ci vuole anche empowerment: sentire di avere potere su quel che sta accadendo, di essere in grado di scegliere da sole. E questo è un approccio da incoraggiare in ostetricia, in quanto aumenta la possibilità di controllare attivamente l’evento parto.

Corso prepartoCome sceglierlo

2. Compila il tuo “piano” su misura

“Perché la donna sia davvero protagonista, perché il parto ‘attivo’ non rimanga una parola vuota di significato, deve realizzarsi un insieme di condizioni”, aggiunge l’esperta. “Non ultima, la scelta di un punto nascita che abbia questa impostazione e in cui trovare un’organizzazione e un team di ostetriche che assecondino la mamma”. Perciò può essere utile compilare un Piano del parto, a tutti gli effetti uno dei principali strumenti del parto attivo. Il Piano del parto è un documento scritto e firmato in cui si esprimono le proprie preferenze rispetto alla nascita. Serve alla struttura ospedaliera, ma anche alla coppia. Il documento dovrebbe essere allegato alla cartella clinica e quindi consegnato a chi assisterà il parto. Sarebbe meglio chiamarlo “Piano nascita”, traduzione letterale di Birth Plan: non contiene infatti solo richieste legate strettamente al parto, ma anche all’assistenza prima e dopo, alla gestione dell’allattamento e del neonato, ai rapporti con gli operatori e i parenti. Perché non venga cestinato, il Piano del parto va sempre discusso con gli operatori del reparto. Quando? Durante il corso preparto, nell’Ambulatorio della Gravidanza a termine a 38 settimane, oppure chiedendo un appuntamento alle ostetriche della struttura.

3. Scegli con attenzione il punto nascita

Lasciarsi andare all’istinto e alla componente ormonale, senza cercare di governarli, non è poi così facile come sembra. E il contesto dell’ospedale non sempre aiuta. Medici, ostetriche, infermieri possono mettere soggezione. Anche il susseguirsi di esami, visite, monitoraggi e manovre ostetriche varie (come la rottura artificiale delle membrane amniotiche) possono interferire, specie se si tratta di procedure non indispensabili nel caso specifico. Il parto attivo però non è un passo indietro: non comporta cioè né una rinuncia alla sicurezza, né l’eventualità di essere lasciate sole. “Tutto sta nel trovare un punto di equilibrio tra gli interventi volti a garantire il benessere di mamma e bebè e il protagonismo che va lasciato a loro e alle loro competenze innate”, sostiene l’ostetrica Marina Carfagna. “Per vivere il parto in modo attivo è quindi necessario poter contare su un sistema dove – in condizioni di fisiologia – i professionisti non siano direttivi, ma che sostengano e vigilino sul suo buon andamento, pronti a intervenire solo se necessario”. Nella filosofia del parto attivo non ha senso chiedere all’ostetrica in che posizione è meglio stare (si asseconda l’istinto), perché non ne esiste una migliore dell’altra e non si può decidere a priori. Soltanto nelle situazioni in cui è necessario, verrà suggerita la postura più appropriata perché considerata terapeutica, cioè in grado di modificare in meglio il travaglio.

Punto nascitaCome scegliere l'ospedale giusto per te

4. Ricorda che anche il papà ha un ruolo importante

In questo tipo di parto, anche il bambino è attivo e lo è pure il papà o chiunque accompagni la mamma. Ma cosa si intende per ‘papà attivo’? “Vedo compagni incredibili, in grado di sbloccare situazioni complicate meglio di chiunque altro”, risponde l’ostetrica. “Un papà attivo non si sente fuori posto, non si limita a osservare da lontano, non ha paura di disturbare – anche perché dovrebbe essere ben accolto dalla struttura -, agisce per far stare al meglio la sua compagna e la fa sentire bella e forte anche quando lei è sofferente e pensa di non farcela per la fatica”. È quindi importante che anche il papà si “prepari” in gravidanza, frequentando gli incontri di accompagnamento al parto che lo aiutano a diventare consapevole delle proprie potenzialità. “Un papà ben informato può aiutare in mille modi: asseconda i desideri della mamma, la sostiene nella fatica, migliora il suo confort offrendole ciò di cui può avere bisogno, come un massaggio o un sorso d’acqua”, aggiunge l’esperta. “Il suo ruolo è fondamentale: offre alla mamma un corpo amico e conosciuto a cui appoggiarsi”. Anche un silenzio accompagnato da uno sguardo è un aiuto prezioso. “Un contesto ospedaliero che abbia una visione dell’assistenza improntata all’empowerment di entrambi riconosce al papà un ruolo rilevante, aiutandolo a contenere la fisiologica sensazione di impotenza che può provare di fronte alla sofferenza della partner”, aggiunge l’ostetrica.

Papà in sala partoEcco come ti può aiutare

5. Parto attivo: scegli la posizione che fa per te

Dalle prime fasi e fino alla fine, l’importante è che ci si possa muovere come si vuole. La staticità non è fisiologica: il movimento, infatti, facilita la discesa del bambino, anche lui tutt’altro che passivo. Con la sua progressione attraverso i vari piani del canale del parto, è il nascituro stesso a permettere la totale fuoriuscita del suo corpo mediante un movimento elicoidale. Non c’è una posizione libera migliore delle altre: vanno tutte bene, a patto che siano “funzionali” alla progressione del travaglio. E che si possa scegliere – ascoltando il proprio corpo – di passare da una all’altra, man mano che si procede verso la nascita. Ognuna ha diverse varianti e per mantenerle si possono usare molteplici aiuti: soprattutto il sostegno del futuro papà, così come liane, letti snodabili ed ergonomici, sgabelli, cuscini, palloni (o anche nulla).

  • In piedi. Le posizioni verticali sfruttano la forza di gravità, permettendo la rotazione del bacino e favorendo la discesa del bambino durante il travaglio di parto. Sono associate a una minore durata del periodo dilatante e una minore frequenza del ricorso all’analgesia epidurale.
  • Seduta. Favorisce il riposo, tra una postura verticale e l’altra. È indicata in caso di epidurale, con la schiena incurvata in avanti o in decubito laterale sinistro.
  • Accovacciata. Per terra o sul letto, sostenendosi al partner o a un appoggio per mantenere l’equilibrio (ottima la liana). È una posizione che aumenta i diametri del bacino (stretto inferiore) e riduce lo sforzo muscolare.
  • Carponi. Riduce il dolore lombare e la pressione sul sacro, ma può risultare stancante se adottata per lungo tempo e va facilitata con tappetini e cuscinoni. Le posizioni a quattro zampe aumentano i diametri del bacino e possono favorire la correzione di mal posizioni. Sono le migliori per la nascita, in quanto possono ridurre il rischio di un trauma perineale.
  • In ginocchio. Può essere con schiena eretta o piegata in avanti su un appoggio (per esempio il pallone). Come quella in piedi, sfrutta appieno la forza di gravità e rende più regolari ed efficienti le contrazioni.
  • Sul fianco. Distesa sul letto, ma sdraiata sul fianco con un cuscinone in mezzo alle gambe. Secondo studi scientifici, la posizione sul lato sinistro è quella che sembra prevenire maggiormente le lacerazioni per una migliore ed efficace relazione tra gli spazi anatomici del bacino e della colonna vertebrale.
  • Asimmetrica. Da seduta, in piedi o inginocchiata, una gamba è sollevata rispetto all’altra (confortevole, in quanto sfrutta la forza di gravità). Mutando le simmetrie degli arti, si possono correggere alcune anomalie di presentazione e favorire la rotazione del feto. Aumenta i diametri in uscita del canale del parto.
Un aiuto in sala partoGli ausili durante il travaglio

 

di Chiara Sandrucci

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