Monitoraggio continuo o intermittente? - Dolce Attesa

07 settembre 2015

Monitoraggio continuo o intermittente?

Monitoraggio continuo o intermittente?

Quando si effettua il monitoraggio in gravidanza? Meglio farlo continuo o a scadenze intervallate? Ecco come farlo.

Per vigilare sul benessere del nascituro durante il travaglio l’ostetrica ascolta il suo battito cardiaco. Un tempo si usava lo stetoscopio di legno, oggi questo è stato sostituito dal più pratico strumento a ultrasuoni portatile, utilizzabile anche in acqua. Ogni 15 minuti, per circa un minuto nell’intervallo tra due contrazioni e quando si reputi necessario anche durante la contrazione stessa, l’ostetrica adagia una piccola sonda sull’addome della mamma e annota in cartella la frequenza cardiaca.

Il monitoraggio elettronico esterno, invece, viene effettuato con un cardiotocografo, un apparecchio dotato di due trasduttori (sonde), ciascuno dei quali, con la sua cinghia, viene posto sull’addome della futura mamma: uno rileva la pressione uterina, quindi le contrazioni, l’altro registra il battito cardiaco del bebè. Al momento del ricovero, in fase iniziale di travaglio, si ritiene opportuno effettuare un monitoraggio di circa 20’-30’ come test.

L’uso continuativo del monitoraggio durante il travaglio dovrebbe invece essere riservato alle gravidanze a rischio, in presenza di liquido tinto correlato ad alterazioni della frequenza cardiaca oppure durante le induzioni e l’epidurale. Questa metodica, infatti, limita i movimenti della mamma e spesso viene effettuata in posizione supina, provocando anomalie della frequenza cardiaca dovuta alla compressione della vena cava e del funicolo. Anomalie che cessano però immediatamente cambiando posizione. Studi recenti hanno infatti rilevato che l’auscultazione intermittente e il monitoraggio continuo risultano ugualmente efficaci per identificare eventuali anomalie della frequenza cardiaca fetale.
Epidurale: un diritto per tutte?leggi

Commenti