Ipnosi: per chi sogna da sempre un parto a occhi aperti

31 ottobre 2019

Ipnosi: per chi sogna un parto a occhi aperti

Da quando si susseguono i lieti eventi nella casa reale inglese, è salito agli onori delle cronache l’approccio dolce al parto con l’ipnosi, molto apprezzato da Kate e Meghan. E anche in Italia la metodica autogestita dalla mamma in modo "rapido" sta conoscendo interessanti sviluppi in alcune realtà ospedaliere all’avanguardia

Ipnosi: per chi sogna un parto a occhi aperti

Narrano le cronache che il ginecologo passato alla storia come il primo teorico del parto in ipnosi, Grantly Dick-Read, dopo aver assistito nel 1913, a Londra, a una nascita vissuta come l’evento più naturale del mondo, chiedesse stupito alla neomamma se non aveva provato dolore. Ebbene, alla sua domanda lei fece eco con un’altra, sorprendente, domanda: “Perché, avrei dovuto?”.

Un aneddoto, ma che ben rappresenta il senso di questo approccio al travaglio. Una metodica che, non a caso, è oggi diffusa in Gran Bretagna e di cui tutti parlano. Anche perché – pare – praticata con convinzione dalle “celeb” più seguite dai media e sempre sotto i riflettori: Kate Middleton, che ha dato alla luce tre rampolli reali, e Meghan Markle, neomamma del piccolo Archie. Ma se si può partorire senza apparente sforzo mostrandosi il giorno dopo ai flash dei fotografi bellissime e riposate, perché da noi l’ipnosi in sala parto non decolla?

“Gli intoppi sono solo organizzativi”, esordisce il ginecologo Giuseppe Regaldo, pioniere in Italia di questa metodica, che ha consolidato in un’ampia casistica nell’ospedale piemontese di Ciriè e che oggi insegna all’Università nei corsi organizzati da Ipnomed, la scuola che ha fondato.

“Quando ho cominciato, avevo il timone della sala parto e potevo contare su un’équipe solidale nel proporre l’ipnosi come alternativa all’epidurale. Tanto che dal ’91, per noi, questo approccio è divenuto routine. Almeno il 10% ha partorito così su una media annua di oltre mille nascite. Il mondo dell’ipnosi per il parto è, prevalentemente, in mano agli psicologi che fanno un trattamento in studio ma poi non vedono cosa succede in concreto. Il vantaggio, per me, è stato di unire alla preparazione l’esperienza sul campo per sviluppare le potenzialità della tecnica. E oggi, con la mia scuola, formo tanti professionisti. Il vero ostacolo alla diffusione nella prassi ospedaliera non sta tanto nella mentalità, quanto nella difficoltà di garantire continuità nel servizio e un numero sufficiente di operatori preparati”.

Ipnosi: solo se la proposta è di qualità

In Italia, è stato il ginecologo Giampiero Mosconi il primo a teorizzare l’ipnosi per il parto grazie alla relazione diretta con la futura mamma. E a promuoverne la diffusione con l’Associazione medica Italiana per lo studio dell’Ipnosi (AMISI) fondata nel ’56 e la Scuola Europea di Psicoterapia Ipnotica, riconosciuta dal Ministero della Sanità nel ’98.

Oggi la preparazione si diversifica in formule che vanno da sedute individuali a incontri di gruppo. E anche la durata, i costi e le qualifiche degli operatori non sono omogenei. Quali, allora, i requisiti di una proposta efficace? “L’ipnosi è sempre individuale perché si deve lavorare one-to-one, in base alle reazioni soggettive – cogliendo un respiro, un movimento degli occhi o delle mani – per creare un ‘modello sartoriale’ sulla persona. Qualunque deroga risponde a un’esigenza di ottimizzazione organizzativa”, chiarisce Regaldo.

E come mai l’autoipnosi viene offerta anche in singole sedute “chiavi-in-mano”, senza l’addestramento che caratterizza le discipline cosiddette alternative? “C’è un denominatore comune tra lo stato di trance ipnotica e altre forme di analgesia naturale legata al parto, come yoga e training autogeno. Ma se gli esiti sono sovrapponibili, cambia il metodo per arrivarci. Nella meditazione e nella mindfulness, servono esperienza e allenamento. Nell’ipnosi, invece, il percorso di preparazione è bypassato da una sola seduta che culmina nella consegna di un segnale simbolico, detto ‘ancoraggio’, che in 5 secondi consente di entrare in ipnosi. Quindi non servono estenuanti esercitazioni: questa è la differenza. E i risultati sono analoghi quale che sia il percorso per arrivarci, più o meno protratto”.

Un approccio che funziona bene per tutti?

“Virtualmente tutti sono ipnotizzabili, tranne alcuni individui – in media il 20% – che hanno una resistenza profonda, nonostante desiderino abbandonarsi e allentare le loro ansie. Per entrare in ipnosi dovrebbero lasciarsi andare almeno un po’ ma non ci riescono. Lavorare su questo ostacolo esula dalle competenze dell’ipnologo, perché richiede un approccio psicoterapeutico”, spiega Regaldo.

La tendenza all’ipercontrollo è dominante nella vita di chi crede di star bene solo tenendo alta la guardia. “Ma è un’utopia”, rileva l’esperto, “perché non è possibile governare tutto, specie in una fase come l’attesa, costellata di ansie e dubbi. Un disagio che spesso si ripercuote sul bambino. I piccoli, infatti, assorbono come spugne le emozioni e le nevrosi degli adulti, manifestando questa criticità con irrequietezza, irritabilità, problemi del sonno e dei ritmi alimentari”.

Come si riconoscono i soggetti refrattari? “Me ne accorgo durante la sessione, perché oppongono resistenza, cercano una via di fuga. Allora, il mio compito è rassicurare perché devono convincersi che non si può cambiare ‘a comando’ la propria natura. E se il tentativo d’ipnosi non funziona, faccio notare che si tratta comunque di un’esperienza positiva da cui trarre vantaggio. Se isolarsi e chiudere gli occhi in sala parto non ci è congeniale, meglio sfruttare le proprie risorse per vivere al meglio l’evento. Di solito, consiglio di fissare dei paletti, anzitutto avvertendo il personale di sala parto che, forse, troveranno in noi un ‘osso duro’ perché l’ansia ci spinge a controllare tutto. E fare ‘outing’ spesso è liberatorio, perché l’autorizzazione a essere se stessi permette, anche se sembra paradossale, di allentare un po’ le briglie”, sottolinea l’esperto.

Dalla teoria alla pratica, un cammino autogestito

Basta la sessione preparatoria in gravidanza o serve anche un’assistenza mirata durante il parto? “Sarebbe un errore invocare la presenza del medico al fianco della donna come si faceva nei primi anni ’90, agli albori della tecnica. Ipnosi vuol dire autonomia, fiducia nelle proprie potenzialità, consapevolezza dei propri limiti”, spiega Regaldo. “La parola chiave è empowerment: l’ideale è che la donna, opportunamente addestrata, superi la prova del parto con le sue sole forze, ricavandone una gratificante conferma di sé. La strada vincente è che viva la nascita del figlio come percorso naturale di autorealizzazione, senza dipendere da un medico e da una metodica che non controlla in prima persona. Ben diverso, infatti, è il vissuto di tecniche come l’epidurale che comportano la delega ad altri di tutto il processo”.

Ma come agisce l’ipnosi per il dolore del parto? “Paradossalmente, si può dire che la donna in attesa è ‘ipnotizzata’ dai racconti di chi riferisce sofferenze atroci, instillandole paure spropositate”, dice Regaldo. “Così ci troviamo a fare i conti con una sovrastruttura mentale che amplifica la base fisica del dolore. Un dolore che, come insegna la Bibbia, è il più temuto da sempre. Invece, le poche donne che arrivano al parto tranquille e non suggestionate, lo vivono meglio di chi fa mille ricognizioni su internet. Quindi le nostre emozioni e aspettative, se volte in positivo, possono condizionare favorevolmente la componente fisica del dolore, riducendone la percezione”.

Va detto, però, che il dolore del travaglio è multifattoriale perché chiama in causa una molteplicità di aspetti interconnessi. “L’utero che si contrae, il peritoneo che si distende, il perineo che si espande alla discesa della testolina. Poi, entrano in gioco stanchezza e stimoli vagali…. Insomma, un meccanismo complesso, che non si può trattare in modo settoriale e localizzato, come accade in odontoiatria”, precisa Regaldo.

Con l’ipnosi si “cavalca” l’onda ritmica del travaglio

Quando il travaglio funziona bene, prima c’è un’ondata di adrenalina, seguita dall’ossitocina. Poi c’è una pausa, e via così, secondo l’alternanza adrenalina/ossitocina/riposo. “Se invece si instaura una produzione costante di adrenalina causata dallo stress – come quando si è stanchi e allertati – questa sequenza virtuosa si altera e il ritmo viene meno. Così le contrazioni perdono efficacia, si distanziano e anche il bimbo non si può giovare dell’onda ritmica che si traduce in un massaggio coordinato ed efficace dell’utero. Risultato: la sua discesa nel canale del parto è ostacolata da contrazioni caotiche di intensità irregolare”.

Ecco perché l’arma vincente, per la donna, è avere il controllo di tutto il processo per essere in condizione di allontanare il dolore. “Solo allora il ritmo ossitocina/adrenalina è perfetto e genera una pulsatilità d’onde ideale. Che arriva a dimezzare la durata del travaglio in ipnosi rispetto alla media. Non solo: sono anche ridotte le complicanze di tipo ostetrico e meccanico. E nel dopo parto c’è un altro beneficio di rilievo, perché il rilassamento della muscolatura comporta meno lacerazioni importanti”.

Senza contare che, apprendendo questa metodica nel corso preparto e applicandola regolarmente, la futura mamma dorme meglio nelle ultime settimane di gravidanza e si assopisce subito dopo il parto. Dispone, così, di un’arma formidabile: quella di addormentarsi a comando anche nei mesi successivi, quando è assorbita dall’impegno dell’allattamento e della cura del piccolo. “Il nostro obiettivo è toglierle l’ansia. Solo così la donna si sente padrona della situazione e il dolore scema perché è la logica conseguenza della paura, con positivi riflessi su tutte le fasi del travaglio e la ripresa del post parto”, precisa l’esperto.

E non mancano i vantaggi per il bambino, perché la serenità materna si riflette su di lui. “I nostri studi sul benessere fetale nel corso di esami ed ecografie hanno rivelato che durante il rilassamento profondo dell’ipnosi è maggiore l’afflusso di sangue alla placenta, così come l’ossigenazione fetale. In sostanza, il piccolo reagisce come quando, alla sera, la mamma si rilassa sul divano. E il bonding, cioè il legame di attaccamento, se ne avvantaggia”.

Meno dolore fisico, più benessere emotivo

Qual è l’impatto di questa metodica sulla psiche materna e la relazione con il neonato? In collaborazione con la cattedra di Medicina Psicosomatica e Psicologia della salute dell’Università Salesiana Pontificia di Psicologia di Torino è in corso uno studio sulle fantasie in gravidanza che ha coinvolto un centinaio di mamme in colloqui con psicologi, sia in fase preliminare all’ipnosi, sia dopo il parto.

“La futura mamma è indotta a immaginare il bambino come se lo vedesse davanti ai suoi occhi e a creare con lui un legame affettivo connotato da un alto grado di commozione. A qualche settimana dal parto, si fissa un altro colloquio. L’ipotesi di lavoro, che intendiamo dimostrare a conclusione dello studio, è che le visualizzazioni in gravidanza facilitano la creazione del legame di attaccamento dopo il parto”, spiega Regaldo.

Inoltre, in Veneto, è attivo un gruppo di lavoro coordinato dallo psicologo Filippo Sales, per analizzare modalità ed efficacia della preparazione al parto in autoipnosi secondo lo schema impostato da Ipnomed, la scuola fondata da Regaldo per la formazione degli operatori. “I dati confermano che non si sono mai verificate forme di depressione puerperale nelle neomamme che hanno partorito autoipnosi”, spiega Sales.

“Grazie a questa metodica, migliora il vissuto del parto, senza perdita di coscienza né amnesie – indotte in passato per rimuovere il ricordo del dolore – che avevano però lo svantaggio di creare un distacco emotivo dall’evento. Grazie al controllo dell’ansia e ai benefici sul riposo e l’avvio dell’allattamento, l’ipnosi favorisce una positiva elaborazione mentale e memorizzazione dell’esperienza del parto. Così le future mamme riescono a vivere le fasi antecedenti e posteriori alla nascita con una buona gestione del tono dell’umore. Che si traduce in un bonding di qualità superiore e nella prevenzione di disturbi borderline, come certe ossessioni e pensieri intrusivi – ad esempio il timore di far male al proprio bambino – che più tentiamo di censurare, più s’ingigantiscono fino a renderci schiavi. Se poi si innestano su personalità fragili, c’è il rischio di convincersi di essere ‘cattive’ mamme. Una situazione potenzialmente pericolosa, da monitorare e trattare”.

Sotto questo profilo, l’offerta di colloqui con esperti di problematiche perinatali si rivela un’occasione di confronto per le donne in attesa e uno strumento preventivo, anche a prescindere dalla preparazione all’autoipnosi. E per chi è refrattaria, c’è una via d’uscita? “La tendenza al controllo è un’epidemia epocale, perché è un comportamento socialmente apprezzato, giudicato ‘di successo’. Ma se, come insegna Nietzsche, una virtù spinta all’eccesso si tramuta in difetto, anche il controllo, oltre una certa soglia, perde efficacia. L’attenzione focalizzata su precise parti del corpo aumenta la percezione del dolore e, con essa, le difficoltà del parto. Il consiglio, allora, è di iniziare in anticipo un percorso psicoterapeutico per ammorbidire un po’ questa tendenza se ci si vuole affidare all’autoipnosi. La nascita di un figlio è un evento talmente suggestivo ed emozionante, da incidere sulla sfera razionale con una forza inconsueta: Pascal diceva che il cuore ha ragioni che la ragione non conosce. I nove mesi sono unici e il parto è un’avventura che ci dà lo stimolo per ripensare il nostro rapporto con la realtà, noi stessi e gli altri”.

Le prospettive nel Sistema sanitario nazionale

Qual è la strada maestra per diffondere l’autoipnosi nel parto? “Basta offrire questa opzione, gratis, in aggiunta al corso di accompagnamento alla nascita”, spiega Regaldo. “Dopo il ciclo di lezioni, chi vuole fa anche la sessione con l’ipnosi, che dura 30 minuti: una metodica rapida di induzione da apprendere in vista del travaglio. Le ripetizioni, certo, possono servire da allenamento, ma non sono indispensabili. Questa formula standard, che si risolve in mezz’ora e consente di affrontare il travaglio in autonomia a prescindere da chi troveremo in sala parto, è applicabile in un ospedale pubblico, altrimenti nessun primario, benché entusiasta del metodo sulla carta, potrebbe accettare che un medico dell’équipe saltasse dei turni per dedicarsi a corsi più impegnativi”.

Rispetto all’epidurale, sembra un approccio meno “costoso”: come mai non si è investito in questa direzione? “È un’altra filosofia. Oggi i tempi sono più maturi perché c’è una rinnovata sensibilità al parto naturale e a tecniche basate sulla centralità della donna. Che vuole vivere l’evento da protagonista, in armonia con il suo corpo”, spiega l’esperto. “E l’intenso lavoro di formazione svolto negli ospedali in questi 25 anni sta dando frutti: in Piemonte, si va dal centro pilota di Ciriè al Sant’Anna di Torino, tra i primi in Europa per numero di parti, fino al Mauriziano e alle Molinette, dove l’ipnosi è applicata anche in ambiti diversi dall’ostetricia. E all’università di Pavia questa materia fa parte del piano di studi da anni con un master e giornate dedicate”.

Un centro pilota, Ciriè in Piemonte

Qui la preparazione al parto con l’ipnosi è, per tradizione consolidata, compresa nel corso di accompagnamento alla nascita e gratuita. Quante le mamme interessate? “In base alle statistiche, su 100 che frequentano le lezioni, 80 scelgono di farla. Quando si parla di ipnosi, è importante spiegare che non è materia da ciarlatani o da intrattenitori televisivi”, precisa Giuseppe Regaldo. “E tutte dicono sì se si sentono rivolgere una proposta che suona così: ‘Volete apprendere una metodica basata su respiro e rilassamento, che dà autocontrollo e riduce il dolore in sala parto?’ Insomma, l’approccio dolce è d’obbligo”. La prestazione è contabilizzata a livello ospedaliero, con una fatturazione interna che collega
al nominativo un codice stabilito dalla regione per il rimborso, senza costo per la donna né guadagno per l’operatore.

 

di Elisabetta Zocchi

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