Il parto con ventosa - Dolce Attesa

24 gennaio 2011

Il parto con ventosa

Il parto con ventosa

La ventosa è uno strumento cui si ricorre nei parti assistiti per estrarre il feto. Il primo medico a utilizzare la parola “ventosa” fu un francese, Yves Couzigou, durante una presentazione alla società medica di Parigi nel 1947. In seguito detta Malmström dal nome del medico svedese che la perfezionò nei primi anni Cinquanta, la ventosa tradizionale con coppetta metallica è stata ormai sostituita, in quasi tutti gli ospedali, da una nuova ventosa con coppetta in silastic: uno strumento innovativo, detto per l’appunto “Kiwi Omnicup”, risultato della ricerca di un medico italiano, Aldo Vacca, che vive in Australia.

I vantaggi della coppetta Kiwi sono principalmente due. Prima di tutto è molto rapida: per portare a termine l’operazione sono sufficienti un paio di minuti, invece di sette-otto come accadeva prima. Inoltre la ventosa tradizionale lascia un bozzetto temporaneo sulla nuca del neonato, che con la Kiwi risulta molto più piccolo.

Ma che cosa fa sì che la nuova ventosa sia tanto più rapida? Per estrarre il feto è necessario far aderire la coppetta alla testa del bambino, e per riuscirci bisogna creare il vuoto. Con la coppetta di metallo si aspirava l’aria attraverso un tubo di gomma e una pompa, operazione che poteva richiedere fino a dieci minuti. Il nuovo materiale, silicone invece di metallo, rende l’aderenza più facile e immediata, annullando così il tempo che prima serviva per creare il vuoto. Questo rappresenta un vantaggio importante, soprattutto per il bambino, perché in caso di sofferenza fetale bisogna ridurre al minimo la durata dell’espulsione.

Per la mamma, invece, le cose sono cambiate soprattutto con l’utilizzo della ventosa al posto del forcipe, potenzialmente più traumatico per i tessuti materni. Anche se naturalmente la brevità del parto rappresenta un vantaggio anche per lei.

Quando si utilizza
I medici decidono di ricorrere alla ventosa per l’estrazione del piccolo sostanzialmente in due casi: se c’è sofferenza fetale – e dunque è necessario ridurre il più possibile il tempo dell’espulsione per evitare danni al bambino – oppure se la mamma non ha più energie ed è necessario aiutarla a concludere il parto. Si può comunque definire una pratica infrequente, che riguarda più o meno il 3% dei parti.

Commenti