Epidurale, a quali condizioni? Scopri i punti di forza e quelli "deboli"
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11 marzo 2019

Epidurale, a quali condizioni?

È il metodo che controlla più efficacemente il dolore del parto, che risulta, però, inevitabilmente medicalizzato. Ecco le motivazioni dei sostenitori e di chi, invece, è più cauto

Epidurale, a quali condizioni?

Non tutte chiedono l’epidurale e non sempre è necessaria. Ma chi la vuole davvero deve essere disposta a scegliere un ospedale che la offra 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Soltanto in questi punti nascita la parto analgesia è una possibilità concreta. In tutti gli altri resta un lusso (solo a pagamento) o un terno al lotto (solo se c’è l’anestesista).

I Lea la prevedono, ma la diffusione è insufficiente

L’analgesia per il parto è prevista già dal 2017 dai Lea (Livelli Essenziali di Assistenza), che la rendono obbligatoria per gli ospedali che superano i 1000 parti. Almeno un ospedale per ogni provincia dovrebbe garantire l’epidurale. Ma il condizionale è d’obbligo perché la realtà è diversa. Non esistono nemmeno dati nazionali, tanto che quelli più aggiornati sono raccolti regione per regione dalla Siaarti, Società Scientifica degli Anestesisti. “La diffusione dell’epidurale si attesta al 20% dei parti al Nord e al 10% al Sud”, riferisce l’anestesista Ida Salvo, coordinatrice del Gruppo di studio Siaarti per l’Ostetricia. “In Emilia Romagna siamo al 27,7%, in Lombardia al 26,6%, mentre in Lazio si raggiunge il 35% solo perché quasi 8 parti su 10 si concentrano a Roma”.

Parto senza doloreCome garantirsi l'epidurale

Epidurale: ospedale che vai, offerta che trovi

Al Careggi di Firenze nessuna resta esclusa. Con un dipartimento materno infantile indipendente, una squadra di 13 anestesisti dedicati e oltre 3000 parti l’anno, l’ospedale toscano garantisce l’epidurale a tutte le donne che ne fanno richiesta. Attualmente viene praticata nel 32-33% dei parti naturali. L’Ospedale ostetrico ginecologico Sant’Anna di Torino è passato in un anno dal 31% del 2017 al 37,5% del 2018, ma in città resta il solo punto nascita a offrirla. Molti ospedali, infatti, la prevedono sulla carta, ma non sempre riescono a garantirla per la cronica carenza di anestesisti. E c’è anche chi fa una precisa scelta di campo e si schiera per il “no” all’epidurale. All’Ospedale Santa Croce di Moncalieri, alle porte di Torino, si effettua nell’1% dei casi soltanto su indicazione medica. “Non è l’uso indiscriminato di questa metodica a migliorare la qualità dell’assistenza ostetrica”, sostiene Pier Luigi Montironi, direttore di ostetricia e ginecologia a Moncalieri. “Prova ne siano i nostri ottimi risultati su tutti i parametri prefissati da Regione e Ministero della Salute”.

Punto di forza: dolore (quasi) azzerato

È il metodo che controlla in modo più efficace il dolore del parto (senza però necessariamente azzerarlo). Non è infatti un’anestesia, ma soltanto una Low Dose Analgesia, cioè un’analgesia a ridotto dosaggio di anestetici locali e oppioidi che permette di continuare a sentire le contrazioni e, se ben modulata, di camminare. I farmaci più recenti fanno effetto nel giro di dieci minuti (contro i 20 di prima) e una dose dura più a lungo, fino a due ore. Oggi è possibile l’autogestione: la pompa infusionale viene caricata dall’anestesista, poi la donna la comanda al bisogno. Viene praticata soltanto a travaglio ben avviato, a seconda di una serie di parametri giudicati dall’ostetrica o dal ginecologo. Un sottile catetere viene inserito tramite un lungo ago nello spazio epidurale, cioè tra le vertebre della zona lombare e la membrana che avvolge il midollo spinale, poco sopra il punto vita.

Punto “debole”: è una procedura medica

Il parto è inevitabilmente medicalizzato, perché l’epidurale è in sé un atto medico. E potrebbe aver bisogno di ulteriori interventi (ad esempio la somministrazione di ossitocina in caso di contrazioni poco efficaci o di parti operativi, se non si avvertono bene le spinte). Alcuni studi hanno anche evidenziato tempi più lunghi per la fase espulsiva. Solitamente si ha la sensazione di gambe calde o un prurito di lieve entità per circa mezz’ora. In certi casi, inoltre, la mamma può avere un calo della pressione che viene corretta con una flebo di soluzione reidratante. La complicanza più fastidiosa è rappresentata dalla cefalea post puntura durale (tra lo 0,5% e l’1%). Succede quando l’ago va troppo in profondità e quindi buca la “dura madre” (una sorta di guaina) provocando la fuoriuscita del liquor che si trova tra midollo e dura madre. Il mal di testa, anche molto intenso, insorge 24 o 36 ore dopo, regredisce con i comuni analgesici e con la permanenza a letto per qualche giorno (si avverte infatti soltanto in piedi). Nel 20% dei casi dei travagli molto lunghi, si può assistere a un rialzo della temperatura materna. E, per prudenza, il medico può decidere di prescrivere una terapia antibiotica a mamma e bebè.

 

di Chiara Sandrucci

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