Cordone ombelicale: cosa sta succedendo e i dubbi della scienza

15 ottobre 2019

Cordone ombelicale: cosa sta succedendo e i dubbi della scienza

In seguito all’allarme relativo alle procedure di conservazione di una banca estera, si torna a parlare di raccolta del sangue cordonale per uso privato o per donazione

Cordone ombelicale: cosa sta succedendo e i dubbi della scienza

Un’importante banca privata svizzera che si occupava della conservazione del cordone ombelicale è “scomparsa” dall’oggi al domani, trasferendo i campioni biologici che aveva in custodia a un’altra banca con sede in Polonia. La notizia ha creato apprensione nelle circa 15mila famiglie italiane che l’avevano scelta per conservare, a pagamento, il sangue del cordone ombelicale. Cosa sta succedendo? Ne abbiamo parlato con un esperto, Claudio Crescini, vicesegretario dell’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (Aogoi).

I campioni spariti dalla banca

L’Aogoi è intervenuta con una dichiarazione per fare chiarezza sull’accaduto, rassicurando le famiglie: “Abbiamo appreso che i campioni biologici, originariamente affidati alla Cryo Save, sono stati trasferiti ad altra società, la FamiCord, la quale – visto quanto ci hanno rappresentato – dispone di un know-how in grado di rispettare gli standard, qualitativi e di sicurezza, approvati a livello nazionale e internazionale”. Detto questo, però, questa seconda società “avendo ricevuto i campioni biologici dalla Cryo Save in forza di un contratto, non può esprimere certezza sull’avvenuto trasferimento di tutti i campioni biologici originariamente detenuti dalla Cryo Save”. Per questo motivo, tutte le famiglie interessate sono state invitate a contattare direttamente la FamiCord, che sul sito si impegna a dare risposta personale entro 6 settimane. Ma intanto la (comprensibile) agitazione continua, con un gruppo Facebook di genitori che si erano rivolti alla Cryo Save molto attivo e preoccupato: a quanto si legge nella loro pagina, alcuni campioni (circa il 2%), a oggi, mancherebbero effettivamente all’appello e lo avrebbe confermato la stessa FamiCord nelle risposte ufficiali date ai clienti che l’avevano contattata.

A cosa può servire conservare il cordone ombelicale?

Al di là di questa vicenda, ancora da chiarire, qual è lo scopo della conservazione del sangue cordonale? “Dal cordone ombelicale si possono trarre cellule staminali emopoietiche, utili in caso di trapianto di midollo e, dunque, per la cura di patologie oncologiche e oncoematologiche, come la leucemia. Inoltre, è possibile, ma non ancora certo, che le cellule staminali in esso contenute possano in futuro essere impiegate anche per la cura di altre patologie”, spiega il ginecologo dell’Aogoi.

Su questo secondo impiego però, ad ora, non ci sono certezze. “Non abbiamo sufficienti studi per sbilanciarci e per dare per certi scenari futuri in cui le cellule staminali del cordone ombelicale potrebbero essere effettivamente impiegate con successo”, chiarisce il dottor Crescini. Si tratta di prospettive interessanti, sulle quali la medicina rigenerativa indaga e si interroga, ma ancora mancano le evidenze scientifiche. “Al contrario, l’impiego delle cellule emopoietiche cordonali per aiutare la rigenerazione cellulare dopo un trapianto di midollo è provata sin dalla fine degli anni Ottanta”, sottolinea l’esperto.

Donazione del cordoneUn gesto che può salvare la vita

Cosa dice la legge?

Oggi, in Italia, si può scegliere di donare il cordone ombelicale e di conservarlo nelle banche pubbliche, mettendolo a disposizione della collettività, esattamente come avviene con le donazioni di sangue. Attualmente, sono attive nel territorio nazionale 18 banche pubbliche, presenti in 10 regioni, in cui sono conservate oltre 37mila unità di sangue cordonale messe a disposizione di tutti i pazienti bisognosi di un trapianto di cellule staminali (dati del Centro nazionale sangue).

“La raccolta ‘autologa’, cioè per uso personale, del sangue cordonale, è prevista invece solo nei casi disciplinati da un decreto legge del 2009. Ad esempio, nel caso in cui il neonato stesso o un fratellino del neonato (in questo caso si parla più propriamente di ‘raccolta dedicata’), abbiano una patologia per la quale è consolidato l’uso di cellule staminali emopoietiche”, dice il dottor Crescini. Solo in questi casi particolari si può depositare il proprio cordone nelle strutture di stoccaggio pubbliche per uso “proprio”.

Autologa: quando è davvero consigliata

Le eccezioni in cui è consentita la raccolta autologa sono davvero limitate. “Sono veramente poche le patologie del nascituro per le quali, a oggi, trovi indicazione il trapianto autologo di cellule staminali cordonali”, spiega Letizia Lombardini, direttore sanitario del Centro Nazionale Trapianti. “Si tratta, ad esempio, di alcune rare immunodeficienze per le quali, in certe strutture pubbliche, si sta sperimentando una terapia genica”. Molto difficilmente, quindi, un neonato dei nostri tempi potrà beneficiare del suo stesso cordone. “Ho in mente il caso di un campione che, in passato, abbiamo fatto rientrare da una banca privata estera per un trapianto autologo e che poi non abbiamo potuto utilizzare, perché conteneva già i marcatori della malattia che aveva sviluppato il neonato”. Questo, infatti, è uno dei rischi maggiori legato alla conservazione autologa: il sangue cordonale potrebbe già contenere tracce della patologia che invece si intenderebbe curare usandolo, e per questo rivelarsi inutilizzabile.

Più facile che possa servire a un familiare, cioè a un fratellino o a una sorellina, che per motivi genetici sono le persone che hanno più probabilità di essere compatibili al trapianto di cellule cordonali.

Nel 2014 la lista delle malattie che rendono possibile la raccolta autologa e quella “dedicata” (destinata, cioè, a un familiare del neonato) è stata ampliata, e adesso comprende, oltre a malattie oncologiche e genetiche, alcune patologie che aumentano il rischio di sviluppare malattie neoplastiche, come la Sindrome di Down. “È molto importante che le famiglie interessate vengano informate che, se il fratellino o la sorellina del nascituro hanno una malattia trattabile con trapianto, allora non c’è bisogno di rivolgersi a banche estere: in questi casi, la ‘conservazione dedicata’ può avvenire nelle banche pubbliche perché esiste una indicazione clinica”, chiarisce la dottoressa Lombardini.

Perché si ricorre spesso a banche estere?

Il dettato legislativo italiano potrebbe spiegare perché molte famiglie nel nostro Paese scelgano di ricorrere a banche private estere: in questo modo intendono mettere al sicuro il cordone, nella speranza che un domani possa essere utile per curare, grazie alle sue cellule staminali, patologie proprie (o dei propri familiari) che – a ora – non sono incluse in quella lista perché non ci sono evidenze.

Quando si sceglie il “bancaggio” privato però, occorre tenere in considerazione anche un altro fattore: “Noi possiamo garantire sulle condizioni di conservazione dei campioni stoccati nella rete di banche pubbliche italiane, che sono sottoposti a rigidissimi controlli qualitativi e quantitativi, utili cioè per ‘contare’ la quantità di cellule e cellule staminali che contiene il singolo cordone”, spiega la direttrice sanitaria del Centro Nazionale Trapianti. “Ma non possiamo fare lo stesso, naturalmente, per le strutture private”.

Per quanto tempo si conserva?

La conservazione in banche private è, a tutti gli effetti, una “scommessa sulla scienza”, che può essere anche piuttosto costosa (anche 2-3mila euro per 20 anni di conservazione) e su cui grava un’ulteriore incognita. “Non si sa per quanto tempo si possano conservare questi campioni biologici: perciò, è importante che le famiglie che fanno questa scelta siano puntualmente informate su questo aspetto”, avverte il ginecologo.

La letteratura medica, lo abbiamo visto, non ha sciolto i dubbi neppure sulle percentuali di successo dell’autotrapianto di cellule staminali e lo ha ribadito anche il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, rispondendo a un’interrogazione: “Le evidenze scientifiche dimostrano che i risultati migliori provengono dalle cellule staminali di un soggetto compatibile ma diverso dal paziente stesso. In secondo luogo, se una patologia insorge nel bambino a distanza di poco tempo dal taglio del cordone ombelicale, il sangue potrebbe contenere già cellule malate”, ha dichiarato.

Le raccomandazioni dell’OMS sul clampaggio

C’è, poi, un’altra questione. “Nel 2018, ribadendo quanto espresso sin dal 2007, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito, tra le sue 56 raccomandazioni sulle cure intraparto, quella del ritardato clampaggio del cordone ombelicale: dopo la nascita, il cordone dovrebbe essere tagliato e legato solo quando smette di pulsare, dunque non prima di 1 minuto. Di solito si ferma intorno ai 2-3 minuti”, spiega Crescini. Questo per aumentare il flusso di sangue che arriva al neonato nei primissimi istanti di vita e contrastare una possibile futura anemia da mancato apporto di ferro. “Il ritardato clampaggio, però, riduce di molto il sangue che resta nel cordone e, dunque, diventa difficile recuperarne cellule emopoietiche”. Ecco perché sono pochissimi – si stima solo il 5% di quelli conservati – i cordoni ombelicali effettivamente utilizzabili. “Normalmente risultano validi soprattutto quelli prelevati in sede di cesareo, dove il clampaggio avviene in tempi più rapidi rispetto al parto vaginale”, racconta il ginecologo.

La presa di posizione Usa

Negli Stati Uniti, l’American College of Obstetricians and Gynecologists, associazione di ginecologi tra le più autorevoli a livello mondiale, ha recentemente preso posizione. “Nelle loro linee guida invitano a non consigliare la conservazione autologa, quella cioè per uso privato, ma solo quella allogenica, nelle banche pubbliche, mancando evidenze a supporto della prima scelta”, spiega Crescini. Nel loro documento  ufficiale, i ginecologi americani raccomandano inoltre che le pazienti vengano adeguatamente avvisate che il ritardato clampaggio riduce inevitabilmente il volume e il numero delle cellule emopoietiche. Gli specialisti Usa invitano, dunque, a caldeggiare la donazione in biobanche pubbliche, ma raccomandando che le operazioni per la raccolta non ostacolino le cure ostetriche e perinatali. “Nessuna società scientifica può ovviamente intervenire in una scelta personale della donna”, chiarisce il dottor Crescini. “Ma è un dato che, a oggi, l’efficacia della conservazione per fini non solidali sia ancora in discussione”.

 

di Giulia Righi

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