Violenza in gravidanza: chiamiamola col suo nome

25 novembre 2019

Violenza in gravidanza: chiamiamola col suo nome

L’11% delle donne che aspettano un bambino è vittima di maltrattamenti psicologici o fisici. Tante tacciono per paura, per vergogna, per non infrangere l’illusione della felicità

Violenza in gravidanza: chiamiamola col suo nome

L’attesa di un bimbo dovrebbe essere un tempo di gioia per la coppia che lo ha desiderato, un tempo in cui la famiglia, il futuro padre, si prende cura del benessere della donna e del nascituro che porta in grembo. Eppure, le statistiche dell’Istat parlano chiaro: l’11% delle donne in attesa è soggetta a maltrattamenti psicologici o fisici e, nella maggioranza dei casi, l’autore della violenza è il partner. “Sono dati raccolti con i sondaggi telefonici in condizioni di anonimato. Di persona, sono pochissime le donne in gravidanza che trovano il coraggio di uscire allo scoperto, di denunciare. Sono la punta della punta di un iceberg”, osserva Paola Castagna, ginecologa responsabile del Centro Soccorso Violenza Sessuale (SVS) dell’Ospedale Sant’Anna di Torino. “Da noi ne vengono poche rispetto all’atteso e, per lo più, sono indirizzate al nostro servizio da operatori sanitari dei consultori o dello stesso ospedale che hanno saputo riconoscere i segnali della violenza e si sono rapportati a loro nel modo giusto, superando gli ostacoli che spesso bloccano la comunicazione, la richiesta d’aiuto. Qui a Torino abbiamo curato la formazione degli operatori sanitari in tal senso. Andrebbe fatto di più in tutta Italia, perché spesso la violenza in gravidanza non viene riconosciuta e la vittima rimane intrappolata nel suo incubo”.

L’attesa, un periodo critico

“Il 50% delle donne in attesa che si rivolgono al nostro centro era vittima di maltrattamenti già prima dell’inizio della gravidanza, mentre negli altri casi la violenza fisica vera e propria si è manifestata per la prima volta in gravidanza”, prosegue Paola Castagna. “I maltrattamenti, che prima erano psicologici, sono diventati anche fisici. L’attesa di un bambino è un periodo critico da questo punto di vista, perché la violenza di genere si fonda sulla disparità di potere tra uomo e donna e, durante la gravidanza, questa disparità è più evidente, perché la donna è più vulnerabile. Inoltre, l’imminente arrivo di un nuovo membro della famiglia viene percepito come una minaccia dall’uomo prevaricatore, che usa o inasprisce la violenza per ribadire il proprio status gerarchico”.

A volte il ‘casus belli’ è proprio la gravidanza. “Ci sono uomini che picchiano la partner incinta perché vogliono costringerla ad abortire, altri che al contrario vogliono costringerla contro la sua volontà a portare a termine la gravidanza, perché sanno che la nascita del bambino renderà la vittima ancor più vincolata e vulnerabile”, dice Patrizia Romito, docente di psicologia sociale dell’Università di Trieste, con un focus nel campo della violenza di genere. “Ci sono uomini gelosi, che temono di essere trascurati con l’arrivo del figlio. Ma non si illudano le vittime, credendo di essere loro responsabili della violenza, di poter risolvere il problema dedicando più attenzione al partner aggressivo. Non cambierebbe nulla”.

Le conseguenze della violenza in gravidanza e nel post partum sono gravi, dal punto di vista fisico e psicologico. “Aborti, ritardo di accrescimento e basso peso alla nascita, difetti di sviluppo della placenta, il distacco della placenta provocato dalle percosse sull’addome”, spiega Paola Castagna. “Al di fuori della gravidanza, gli uomini di solito picchiano le donne al volto e alla testa. In gravidanza mirano all’addome, al seno e ai genitali”.

E c’è una correlazione tra i maltrattamenti durante l’attesa e la depressione post partum. “C’è abbondante letteratura scientifica che lo dimostra”, aggiunge Romito.

Una realtà sommersa

Dalle ultime rilevazioni dell’Istat, nel 2018 in Italia 6 milioni e 788mila donne hanno subito violenza fisica o sessuale, commessa prevalentemente tra le mura domestiche. “Solo il 7% di loro si rivolge alle forze dell’ordine e solo il 4% chiede aiuto a un centro antiviolenza”, spiega Oria Gargano, presidente della cooperativa sociale BeFree, che opera contro violenza, tratta e discriminazioni di genere in Abruzzo, Lazio e Molise. “Non è facile riconoscere di essere vittime di violenza: ci vuole coraggio, perché spesso la donna che denuncia, che esce allo scoperto, non viene creduta. Non viene protetta e ha paura di ritorsioni. Viene giudicata male, viene considerata una sciocca che in qualche modo se l’è cercata. E ci vuole ancor più coraggio a farlo in gravidanza, dopo avere investito emotivamente in un progetto di coppia, di famiglia. Bisogna ammettere con se stesse e con gli altri che il progetto è fallito”.

Prima di arrivare a chiedere aiuto, la donna tira avanti più a lungo che può. “Di solito non si rivolgono a noi le vittime di violenza psicologica”, dice Paola Castagna, “benché la nostra équipe interdisciplinare sia preparata a trattare anche questo tipo di situazioni, particolarmente insidiose perché più difficili da identificare. Vengono al nostro centro quando i maltrattamenti sono anche fisici, tangibili. Denunciare vuol dire avviare un percorso irreversibile, spesso significa lasciare la casa dove vivono, rivoluzionare la loro esistenza. Una prospettiva che fa paura con un figlio in arrivo”.

D’altra parte, l’attesa di un bambino può essere la spinta giusta per motivare una vittima ad allontanarsi dal suo aggressore. “La gravidanza può essere l’occasione per vedere le cose in una prospettiva diversa”, dice Patrizia Romito. “La volontà di salvare il figlio da un ambiente violento può dare alla madre la forza di uscirne, con l’aiuto di operatori sensibili”.

Riconoscere la violenza in gravidanza

Resistere, sperando che il problema sia temporaneo, che dopo il parto le cose si aggiusteranno da sole, è un’idea pericolosa. “L’uomo violento non cambia all’improvviso, come per magia”, dice Patrizia Romito. “Ci sono periodi in cui le cose possono andare meglio, ma il comportamento aggressivo prima o poi torna a manifestarsi e, dopo la nascita di un figlio, per la donna diventa più difficile recidere i legami, liberarsi. Gli uomini violenti usano i figli come strumenti di ritorsione contro le loro vittime”.

Spesso, in queste situazioni, il puerperio è ancor più critico della gravidanza. “Perché il bambino ha le sue esigenze, deve essere accudito”, osserva Castagna. “La neomamma è stanca, impegnata a prendersi cura del suo piccolo e, al tempo stesso, a difendere se stessa e il bambino dalla rabbia del partner, irritato dal pianto del figlio, geloso delle attenzioni che riceve”.

Non serve a nulla illudersi, mentire a se stesse. Bisogna affrontare la realtà e riconoscerla per quel che è. “Invito le donne in questa situazione a riflettere”, dice Castagna. “Lo schiaffo ricevuto non è un gesto senza significato, fatto in un momento di stress. È un maltrattamento, è violenza. E la violenza non è mai giustificabile. Riflettano sulle ingiustizie di cui sono vittime e sul futuro che vogliono per se stesse e per i propri figli. Crescere in un ambiente violento, assistere o subire violenza da piccoli, può segnare una persona per tutta la vita”.

A chi chiedere aiuto

“La prima cosa da fare è rivolgersi con fiducia a un centro antiviolenza”, dice Patrizia Romito.

Il Centro Soccorso Violenza Sessuale del Sant’Anna di Torino offre assistenza medica, psicologica e sociale. È aperto dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 15.30, e le ginecologhe che vi lavorano sono reperibili h24 tutti i giorni dell’anno attraverso il pronto soccorso dell’ospedale o al numero 011.3134180. Il Centro SVS è il punto di riferimento clinico in quest’ambito per tutta la Regione Piemonte.

A Roma la cooperativa BeFree, tra le altre iniziative, ha uno sportello presso l’Ospedale San Camillo, collegato con il pronto soccorso. Il personale sanitario del pronto soccorso è preparato a riconoscere i segnali dei maltrattamenti e indirizza le vittime allo sportello. “Offriamo sostegno alle donne che intraprendono un percorso per liberarsi dalla violenza”, spiega Oria Gargano. “Anche sostegno legale. Ricordiamo che dal 2013 le donne vittime di maltrattamenti hanno diritto all’assistenza legale gratuita anche se il loro reddito è superiore alla soglia che dà diritto al gratuito patrocinio. Perché spesso in queste situazioni è il partner che controlla la disponibilità economica della donna”.

La cooperativa ha attivato anche una collaborazione con Il Melograno, centro informazione maternità e nascita di Roma. “Curiamo la formazione delle ostetriche, le prepariamo a riconoscere i segni della violenza e a rapportarsi con le vittime di maltrattamenti in gravidanza e nel post partum”, dice Gargano. Il numero di telefono dello sportello del San Camillo, attivo h24, è 06.58703216. I recapiti degli altri centri antiviolenza di BeFree nel Lazio, Abruzzo e Molise si trovano sul sito befreecoperativa.org.

In altre città sono attivi i centri di Di.Re. Donne in rete contro la violenza, quelli gestiti dai comuni e da altre associazioni.

Per chiedere aiuto, consiglio o informazioni, si può chiamare il Telefono Rosa, al numero 1522, attivo h24, un servizio pubblico promosso dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio.

Oggi per domani: educare fin da piccoli

Ma non basta intervenire oggi per sostenere le donne vittime di violenza in gravidanza e in qualunque fase della loro vita. Bisogna pensare al futuro, educare le nuove generazioni, maschi e femmine, a riconoscere la violenza per prenderne le distanze. È uno degli obiettivi del progetto “Oggi per domani”, realizzato dall’agenzia Comunicazione 2000 con il contributo del Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che si rivolge alle scuole primarie e dell’infanzia del Comune di Roma e a cui hanno aderito finora 300 classi.

“C’è una difficoltà diffusa a riconoscere la violenza di genere, soprattutto perché questo fenomeno si manifesta in modalità diverse”, osserva Coletta Ballerini, amministratore unico di Comunicazione 2000. “Basta pensare alla violenza psicologica, una delle forme più impattanti di violenza, che per le sue caratteristiche è anche tra le più difficili da riconoscere proprio perché avviene in un contesto, la famiglia, che per sua natura è sinonimo di protezione, sicurezza e affidabilità. Parlare e affrontare l’argomento è uno dei primi passi per far emergere, qualora esistenti, situazioni di violenza di genere, per contrastarle e per denunciarle nelle opportune sedi prima che arrivino ad assumere forme drammatiche e irreversibili. Ma questa è una conseguenza di un percorso più ampio, che dal nostro punto di vista deve partire dall’educazione in età pre-scolare e scolare.

Oggi per Domani ha lo scopo principale di contrastare la formazione degli stereotipi legati al genere, sovrastrutture culturali che il bambino in sé non avrebbe e che subentrano quando entra in contatto con i diversi contesti sociali di riferimento, spiegando ai più piccoli che non esistono ruoli, professioni o attività da femmina o da maschio ma che semmai ci sono propensioni e caratteristiche individuali”.

 

di Maria Cristina Valsecchi

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