Preeclampsia, il rischio aumenta con il caldo? Il parere dell'esperto

31 luglio 2019

Preeclampsia, il rischio aumenta con il caldo?

È un serio disturbo della circolazione che può manifestarsi in gravidanza. Ci sono precauzioni particolari da prendere durante la stagione estiva per prevenirlo?

Preeclampsia, il rischio aumenta con il caldo?

Il caldo favorisce la dilatazione dei vasi sanguigni e il gonfiore di piedi e gambe, un fenomeno che nelle mamme in attesa è ancora più accentuato per l’azione del progesterone e il peso del nascituro che comprime i vasi del bacino. Ma il gonfiore alle estremità è uno dei segnali correlati all’insorgenza della preeclampsia. Ciò significa che il caldo favorisce il disturbo? Ecco il parere dell’esperto.

Pressione sotto controllo

“Non è provato alcun nesso tra il caldo, la stagione estiva e il rischio di insorgenza della preeclampsia”, rassicura Sergio Ferrazzani, ginecologo del Policlinico Gemelli di Roma. Un tempo questo disturbo era chiamato gestosi EPH, acronimo inglese di edema, proteinuria e ipertensione, e per la sua diagnosi si attribuiva grande importanza a tre segnali: il gonfiore agli arti inferiori, la presenza anomala di proteine nelle urine e la pressione sanguigna elevata. Ma il gonfiore alle gambe è un disturbo comunissimo nell’attesa: riguarda almeno il 40% delle gravidanze fisiologiche. Porre troppa attenzione a questo segnale porta fuori strada”.

Che fare, allora, se caviglie e gambe della futura mamma appaiono improvvisamente gonfie? “Per precauzione, occorre andare in farmacia a farsi misurare la pressione”, risponde il ginecologo. “Se i valori sono quelli usuali, non c’è ragione di preoccuparsi”.

Caldo e afaCome affrontarli nei 9 mesi

Preeclampsia, una patologia pericolosa

La preeclampsia insorge nel 2-5% delle gravidanze dopo la ventesima settimana, talvolta vicino al termine, talvolta più precocemente. Si manifesta con un rialzo della pressione e un’alterazione dei vasi sanguigni dei reni che cedono alle urine le proteine del sangue, ragione per cui la concentrazione di proteine nelle urine risulta anomala. È la cosiddetta proteinuria.

“La donna può avvertire mal di testa severi e persistenti, forte dolore all’addome e disturbi della vista”, spiega Ferrazzani. “La preeclampsia può esordire in forma lieve e poi evolvere in modo imprevedibile, oppure presentarsi già all’esordio in forma grave. Se non si interviene le conseguenze sono potenzialmente gravi, per la donna e per il nascituro: distacco di placenta, insufficienza renale acuta, edema polmonare ed emorragie cerebrali”.

L’unica soluzione è il parto

“L’unica cura per la preeclampsia è il parto”, dice il ginecologo. “Se insorge vicino al temine della gravidanza, dopo la trentasettesima settimana, quando il nascituro è ormai maturo, si induce immediatamente il travaglio. Se l’esordio è precoce e non immediatamente severo, si prende tempo somministrando alla donna farmaci anti-ipertensivi ed eparina. Il parto deve essere espletato non appena il nascituro è pronto o quando la situazione diventa pericolosa per la madre”.

Al momento, non esistono trattamenti efficaci per prevenire l’insorgenza della preeclampsia. “La somministrazione della cosiddetta aspirinetta – acido acetilsalicilico a base dosi – ha dato qualche risultato nella prevenzione delle forme precoci”, spiega Ferrazzani, “ma i benefici per la salute della donna e del bambino non sono significativi”.

Parto indottoA quali condizioni?

Cause sconosciute

Nonostante si indaghi da tempo, il meccanismo responsabile della preeclampsia è ancora in larga parte sconosciuto. “È un’alterazione della circolazione sanguigna nei vasi della placenta, una condizione infiammatoria che compromette il sistema circolatorio della donna”.

Siamo a conoscenza di alcuni fattori che aumentano il rischio di insorgenza: ipertensione preesistente il concepimento, sovrappeso, iperglicemia, l’aver sofferto di preeclampsia in una precedente gravidanza. “Inoltre, sono a maggior rischio le primigravide e le donne che aspettano gemelli”, aggiunge il ginecologo. “Ma la patologia può manifestarsi anche in assenza di queste condizioni predisponenti”.

Test predittivi e controlli raccomandati

Negli ultimi anni gli sforzi della ricerca si sono concentrati sulla messa a punto di test in grado di predire con largo anticipo l’esordio della preeclampsia. “Ne sono stati prodotti due, ma la loro utilità è dubbia”, osserva Ferrazzani. “Uno si effettua al primo trimestre, tra l’undicesima e la tredicesima settimana, e misurando la concentrazione nel sangue di due proteine permette di individuare le donne a rischio di preeclampsia precoce. È un test estremamente sensibile, con una percentuale trascurabile di falsi negativi, ma al tempo stesso è poco specifico, cioè affetto da un’elevata percentuale di falsi positivi. Un gran numero di donne che si sottopone al test vive le settimane successive nell’ansia che la patologia si manifesti, senza che effettivamente accada nulla. Considerato che al momento è impossibile prevenire la preeclampsia nei casi a rischio e l’unica cosa che si può fare è intensificare i controlli per diagnosticarla tempestivamente, l’utilità clinica di questo test è dubbia”.

C’è poi un altro esame del sangue che si effettua in presenza di sintomi sospetti e permette, se negativo, di escludere l’insorgenza della preeclampsia nei successivi sette giorni. “Può essere opportuno per evitare un ricovero inutile”, osserva il ginecologo, “ma deve essere poi ripetuto ogni sette giorni”.

Al momento, i controlli raccomandati per una diagnosi tempestiva della preeclampsia sono: la misurazione della pressione sanguigna, ogni quindici giorni nei primi due trimestri e ogni settimana nel terzo, e l’esame delle urine, offerto gratuitamente a tutte le future mamme una volta al mese.

 

di Maria Cristina Valsecchi

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