Pertosse: vaccinarsi in gravidanza è davvero sicuro?

Pertosse: vaccinarsi in gravidanza è sicuro?

Tra la 27° e la 35° settimana di attesa, la vaccinazione stimola la produzione di anticorpi che passano al nascituro e lo proteggono nei primi mesi. Fino a quando potrà essere vaccinato in prima persona

Pertosse: vaccinarsi in gravidanza è sicuro?

L’idea di assumere farmaci o vaccini in gravidanza fa paura. Perché si pensa che introdurre una sostanza estranea nell’organismo possa danneggiare il nascituro. Ecco perché c’è tanta resistenza alla vaccinazione contro la pertosse nell’attesa. Persino alcuni medici, poco informati, la sconsigliano. Ma, naturalmente, il rischio dipende da quale sostanza si introduce. E nel caso del vaccino anti-pertosse l’evidenza scientifica parla chiaro: è innocuo per la donna e per il suo piccolo e porta benefici concreti. Protegge il bambino dopo la nascita, proprio nei primi mesi, quando contrarre la pertosse sarebbe particolarmente nocivo per la sua salute.
Ecco perché il Piano Nazionale Vaccini prevede la somministrazione a tutte le future mamme, tra la 27° e la 35° settimana. A ogni gravidanza e indipendentemente dal fatto che la donna sia stata vaccinata nell’infanzia o più recentemente.

Benigna per gli adulti, pericolosa per i più piccoli

Provocata dal batterio Bordetella pertussis, la pertosse o tosse convulsa è un’infezione delle vie respiratorie che si manifesta, appunto, con accessi di tosse convulsiva. “Il batterio attacca le cellule del rivestimento delle vie respiratorie con una specifica tossina, la tossina pertossica”, spiega Paolo Bonanni, ordinario di igiene dell’Università di Firenze. “L’infezione si manifesta inizialmente con starnuti, raucedine e tosse notturna. Dopo 10-14 giorni inizia la fase convulsiva. Gli attacchi di tosse convulsiva sono scariche di una decina di colpi di tosse nella stessa fase espiratoria, con espulsione di catarro. Al termine c’è una fase inspiratoria rapida, profonda e rumorosa, il cosiddetto urlo inspiratorio. Gli attacchi di tosse convulsiva possono provocare crisi di soffocamento e vomito nei più piccoli e rendere difficoltosa l’alimentazione. Dopo circa quattro settimane, la tosse si attenua e inizia la fase di convalescenza”. La pertosse si trasmette per via aerea, attraverso le goccioline di saliva emesse parlando, tossendo e starnutendo, ed è altamente contagiosa. “Le persone ammalate possono infettare chi le circonda dalla comparsa dei primi sintomi fino a tre settimane dall’avvio della fase convulsiva”, spiega Bonanni.

Nell’adulto e nell’anziano, di solito non è una malattia grave. Spesso non viene neppure diagnosticata correttamente. Si manifesta come una bronchite, fastidiosa e prolungata, e comporta rischi modesti. Le complicazioni sono frequenti e temibili, soprattutto tra i bambini nel primo anno di età. “Le più comuni e meno gravi sono le emorragie sottocongiuntivali e quelle nasali, provocate dai colpi di tosse più violenti”, spiega l’esperto. “Frequenti sono le otiti medie dovute a sovrainfezione da parte di altri batteri. Le complicazioni più serie sono polmoniti e broncopolmoniti, che colpiscono fino al 12% dei bambini ammalati di pertosse. E l’encefalopatia, dovuta sia alla scarsa ossigenazione nelle fasi di apnea, sia all’azione della tossina pertossica sul sistema nervoso centrale. Colpisce nel 5% dei casi e può causare danni neurologici permanenti. La mortalità, dovuta per lo più a polmonite o encefalopatia, è di uno o due casi ogni mille, ma nei bambini al di sotto del primo anno sale fino all’1%”.
La terapia antibiotica, soprattutto se avviata ai primi sintomi, non porta a immediata guarigione ma attenua la gravità della malattia e il rischio di complicazioni.

Pertosse: un’infezione che torna e torna

Il vaccino contro la pertosse, e anche il contatto diretto con il batterio, non conferiscono immunità permanente. Una caratteristica che rende questa malattia ancor più temibile. La protezione offerta dal vaccino si attenua già dopo alcuni anni dalla somministrazione. E gli adulti possono contrarre l’infezione più volte, proprio perché la stessa malattia non rende per sempre immuni. Se per loro, in prima persona, il rischio di complicanze è modesto, c’è però l’eventualità che genitori, nonni, amici e parenti trasmettano il batterio al neonato. Che non è protetto fino al terzo mese di vita, quando riceve la prima dose di vaccino in accordo col Calendario Nazionale.
Per prevenire questa possibilità, negli anni gli esperti hanno proposto una “strategia cocoon”, la strategia del bozzolo. Cioè raccomandare un richiamo della vaccinazione ai neogenitori, ai nonni e alle persone più vicine al bebè, per creare un bozzolo protettivo di adulti immuni. Ancor più efficace, l’approccio degli ultimi anni: vaccinare la futura mamma durante le ultime settimane di gravidanza, per immunizzare per interposta persona il nascituro.

Perché è utile vaccinarsi in gravidanza

La vaccinazione, raccomandata e offerta gratuitamente a tutte le donne tra la 27° e la 35° settimana, serve a stimolare la produzione di anticorpi nell’organismo materno. In una concentrazione tale da superare la barriera della placenta e conferire immunità al feto per circa sei mesi dopo la nascita.
Gli anticorpi prodotti dal sistema immunitario della futura mamma nell’infanzia, non sopravvivono fino all’età adulta. Neppure un richiamo fatto in età adulta è sufficiente per immunizzare il nascituro. “Gli studi dimostrano che per estendere la protezione al feto, la madre deve vaccinarsi durante il terzo trimestre di gravidanza”, dice Bonanni. “E naturalmente, la vaccinazione andrebbe ripetuta a ogni nuova gravidanza”.
Attenzione: il fatto che gli anticorpi materni proteggano il bimbo per circa sei mesi non rende inutile o posticipabile la vaccinazione del piccolo. “Il calendario vaccinale per l’età pediatrica prevede che la prima dose di vaccino venga somministrata al bambino nel terzo mese di vita, cioè al compimento dei due mesi. La seconda dose è prevista al compimento dei quattro mesi e la terza a un anno. La vaccinazione materna serve a proteggerlo in attesa che riceva le prime due dosi e sviluppi da solo un’adeguata quantità di anticorpi”, spiega l’esperto.

La vaccinazione anti-pertosse nei 9 mesi è sicura?

“In gravidanza si presta particolare attenzione a non assumere farmaci che non siano strettamente necessari. E alcuni farmaci sono controindicati perché possono arrecare danni allo sviluppo e la salute del feto”, osserva Paolo Bonanni. “Ma ciò non significa che tutti i farmaci siano nocivi. Nel caso dei vaccini, durante l’attesa sono controindicati quelli che contengono microrganismi vivi attenuati. Il vaccino anti-pertosse utilizzato oggi in Italia contiene sono frammenti del batterio della pertosse, dunque non comporta un maggior rischio in gravidanza. Nel nostro Paese, il vaccino anti-pertosse non si trova in commercio in formulazione singola, ma solo in formulazione trivalente, associato a quello anti-tetanico e a quello anti-difterico. Anche questi due sono sicuri in gravidanza. La vaccinazione anti-tetanica è raccomandata alle future mamme nei Paesi in via di sviluppo, dove è più elevato il rischio di tetano neonatale, e abbiamo abbondanza di dati sulla sua innocuità per la donna e per il nascituro. Lo stesso vale per il vaccino anti-pertosse. Dal 2011 è raccomandato a tutte le donne in attesa negli Stati Uniti e dal 2012 in Gran Bretagna, Belgio, Israele, Nuova Zelanda, Argentina e altri Paesi. In tutti questi anni la letteratura medica non ha evidenziato problemi”.

 

di Maria Cristina Valsecchi

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