Monitoraggio in gravidanza: come funziona e a cosa serve

02 gennaio 2019

Il monitoraggio in gravidanza ti dice come sta

La cardiotocografia, il cosiddetto monitoraggio, è un esame semplice e non invasivo estremamente utile per valutare lo stato di salute del nascituro nelle ultime settimane di attesa

Il monitoraggio in gravidanza ti dice come sta

Il monitoraggio in gravidanza, ovvero la cardiotocografia, è un esame semplice per monitorare lo stato di salute del feto.

Il cardiotocografo, lo strumento usato per effettuare il monitoraggio in gravidanza, è dotato di due sonde che si appoggiano sull’addome della donna.
La prima è una sonda a ultrasuoni, come quella dell’ecografo, e serve, appunto, a rilevare il battito cardiaco fetale. L’operatore trova il punto ideale dove applicarla in funzione della posizione del bambino. L’apparecchio traduce le variazioni del battito in un grafico, che viene stampato in forma cartacea.
La seconda sonda serve invece a misurare intensità e frequenza delle contrazioni uterine. Si applica in corrispondenza del fondo dell’utero e viene fissata con una fascia aderente al pancione. Il sensore registra le variazioni di pressione della parete addominale dovute alle contrazioni. Anche questi dati vengono tradotti in un grafico stampato dalla macchina.

L’indicazione del benessere del nascituro non deriva tanto dalla misurazione istantanea del suo battito, quanto dall’osservazione nel tempo delle variazioni della frequenza cardiaca. Un battito assolutamente regolare, costante, non è sintomo di buona salute. Al contrario: se il bambino sta bene, il suo battito è variabile nel corso dei minuti.

È utile, poi, studiare le reazioni del battito alle contrazioni uterine: se in corrispondenza delle contrazioni la frequenza cardiaca fetale subisce brusche decelerazioni può significare che il nascituro è stressato, un fattore che può destare preoccupazione se il travaglio è ancora in fase iniziale. Al termine del travaglio, capita di frequente che le contrazioni più forti producano delle alterazioni nel battito del bambino. In questo caso, entro certi limiti, si tratta di un fenomeno fisiologico.

Nei cardiotocografi classici, le due sonde sono collegate da cavetti al corpo centrale dell’apparecchio e durante la misurazione la futura mamma deve rimanere ferma, seduta su una poltrona o distesa sul letto.

Si comincia verso fine gravidanza

La cardiotocografia può essere effettuata a partire dalla 30esima settimana di gravidanza, ma di norma è raccomandata dalla 37esima settimana. Salvo indicazioni specifiche, si ripete l’esame una volta a settimana fino all’insorgere del travaglio. Ogni sessione di monitoraggio in gravidanza ha una durata minima di mezz’ora: il tempo necessario per valutare le variazioni del battito del nascituro e per cogliere qualche sporadica contrazione. È possibile che in questo lasso di tempo il bambino sia addormentato e la sua frequenza risulti pertanto più regolare e monotona rispetto allo stato di veglia. In questi casi si attende qualche minuto che il piccolo si svegli, oppure si tenta di ridestarlo con un delicato massaggio o somministrando alla donna una bevanda zuccherata.

Se l’esito dell’esame è dubbio, il ginecologo può prescrivere ulteriori accertamenti, come l’ecografia o la flussimetria doppler, che permette di verificare il corretto scambio di ossigeno tra la placenta e il feto.

In corso di travaglio, la cardiotocografia viene normalmente ripetuta ogni mezz’ora. Ma se le circostanze lo rendono necessario, la misurazione può essere continua per tutta la durata. Alcuni punti nascita seguono questa prassi di routine, per intervenire tempestivamente in presenza di segni che facciano sospettare una sofferenza fetale.

Se si supera la data presunta del parto

La cardiotocografia è particolarmente utile quando l’attesa giunge al termine previsto e il bambino non accenna a nascere. Ciò comporta dei rischi per la salute del nascituro, perché mano a mano che la gestazione va avanti si riducono gli scambi di sangue tra utero e placenta. Il piccolo può riportare dei danni per la carenza di ossigeno. Si è osservato che i rischi aumentano dopo la 41esima settimana più 3-4 giorni. Ecco perché a partire da questa epoca devono aumentare i controlli dello stato di salute della gestante e del nascituro: primo tra tutti il monitoraggio in gravidanza del battito cardiaco fetale, poi la misurazione ecografica del volume del liquido amniotico e la flussimetria doppler per valutare la funzionalità della placenta. Spetta al medico decidere la frequenza dei controlli, in base all’esito dei primi esami e allo stato di salute generale della gestante e del feto.

I falsi positivi

Il limite della cardiotocografia in corso di travaglio è la sua scarsa specificità: diversi studi hanno dimostrato che nel 75-80% dei casi la presenza di anomalie nel tracciato del monitoraggio om gravidamza non corrisponde nei fatti a una sofferenza fetale. Ne consegue un aumento ingiustificato del ricorso al cesareo e al parto operativo. Alcuni esami associati alla cardiotocografia in caso di esito dubbio permettono di ridurre il tasso dei falsi positivi. Ecco quali sono.

Parto cesareoleggi le statistiche
  • L’ossimetria pulsata fetale: consiste nell’applicazione di un sensore sulla guancia o sulla tempia del nascituro per via vaginale, per misurare la concentrazione di ossigeno nel sangue fetale. È un esame non invasivo per il bambino: il sensore viene appoggiato sulla sua pelle. Perché lo si possa effettuare è necessario che la presentazione sia cefalica, che le acque siano già rotte e che sia presente una dilatazione di almeno due centimetri.
  • Elettrocardiogramma fetale: consiste nell’applicazione per via vaginale di un elettrodo per elettrocardiogramma sulla testa del bimbo. Il sensore registra l’attività elettrica del cuore del nascituro e la misurazione viene confrontata con quella del cardiotocografo. Anche in questo caso è necessario che il piccolo sia in posizione cefalica, che le acque siano rotte e il collo dell’utero almeno parzialmente dilatato.
  • Prelievo di sangue dallo scalpo fetale: consiste nel prelievo per via vaginale di piccolissime quantità di sangue dalla pelle della testa del nascituro per misurare il pH, cioè il grado di acidità ematica, che fornisce indicazioni su un’eventuale carenza di ossigeno. È una tecnica poco usata perché invasiva per il bambino.

Monitoraggio in gravidanza: e se sono gemelli?

Esistono speciali apparecchi per cardiotocografia per misurare in contemporanea il battito cardiaco di due feti, in caso di gravidanza gemellare. Sono dotati di una sonda per rilevare le contrazioni uterine e due sonde a ultrasuoni per la misurazione del battito. L’operatore le applica sull’addome della futura mamma in corrispondenza della schiena dei due gemelli e il tracciato cartaceo prodotto dall’apparecchio mostra tre linee: quella delle contrazioni e le due linee delle frequenze cardiache. Negli ambulatori sprovvisti di questo cardiotocografo, si utilizza l’apparecchio tradizionale, misurando prima il cuore di un fratellino, poi l’altro. Fintanto che i gemelli sono due, distinguere il battito dell’uno e dell’altro non presenta particolari difficoltà. La difficoltà aumenta se i nascituri sono tre o più.

Parto gemellaremeglio anticipare

Un cuoricino veloce

La frequenza del battito cardiaco fetale è superiore a quella di un adulto sano. Intorno all’ottava settimana di gravidanza, quando il ginecologo riesce per la prima volta a osservare le pulsazioni del cuoricino con l’ecografo, la frequenza si aggira intorno ai 100 battiti al minuto. Alla decima settimana, è salita a circa 175 battiti al minuto. Alla 15esima circa 150 battiti al minuto. Alla 20esima settimana la frequenza media è di 140 battiti al minuto e al termine dell’attesa è di circa 120 battiti al minuto. Il battito del bambino è destinato poi a rallentare progressivamente nel corso degli anni fino alla pubertà.

FetoCome cresce nel pancione

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