Lavorare fino al nono mese: ecco tutti i pro e i contro

19 novembre 2019

Lavorare fino al nono mese: pro e contro

Oggi, con l’autorizzazione del medico, le future mamme possono rimanere al lavoro fino al termine della gravidanza, per poi utilizzare tutti i mesi di congedo dopo il parto. Cosa valutare al momento della scelta?

Lavorare fino al nono mese: pro e contro

In caso di gravidanza fisiologica, lavorare fino al nono mese non è controindicato. E, per una donna che ama la sua professione e la svolge in un clima sereno e amichevole, può essere fonte di piacere e soddisfazione. In questo caso, secondo quanto previsto dalla legge di bilancio 2019, la futura madre avrà un congedo obbligatorio più lungo, cinque mesi dal giorno del parto.

Quando è meglio dire di no

Se durante la gravidanza, la madre presenta qualche piccolo disturbo, sente la necessità di riposare o di avere del tempo per sé, oppure sviluppa patologie, lavorare fino al nono mese può comportare un peso eccessivo. “Ciascuno di questi segnali, se ben ascoltato, può rivelare importanti necessità. Che non dovrebbero essere sottovalutate. Per non sfociare in disturbi più seri della gravidanza o in difficoltà emotive, psicologiche o relazionali dopo il parto”, sottolinea Eleonora Zuccarini, ostetrica ospedaliera, fondatrice dell’associazione L’Anfora per il sostegno della maternità e della salute della donna.

Non sei sicura? Fermati a riflettere

Chi è indecisa dovrebbe prendere del tempo per “ascoltarsi” e parlarne con qualcuno che rispetti la sua decisione, qualunque sia. L’ostetrica ci ricorda alcune domande che è importante porsi. “Quali sono i tuoi desideri oggi? Quali necessità senti e, magari, stai trascurando? Quali aspetti ti affaticano? Forse hai voglia di dormire più a lungo al mattino. O il viaggio in auto disturba il tuo bimbo, che si muove molto facendoti male. O, ancora, dopo pranzo vorresti sdraiarti e allungare le gambe, che senti pesanti”. Il mese in più da passare con il bebè non dev’essere l’unico parametro di valutazione. Il presente offre sempre alle future mamme importanti indicazioni, che non devono essere ignorate in nome di ipotetiche esigenze future, che ancora non si sono manifestate e che andranno affrontate via via.

Due cose a cui non rinunciare: dieta corretta e movimento

Se la madre sceglie di lavorare nell’ultimo mese di gravidanza, può predisporre piccoli pasti da consumare in ufficio. Frutta e verdura fresche e di stagione, già lavate o sbucciate, pronte da mangiare. E magari un po’ di frutta secca, importante fonte di omega 3. “Bisogna prevedere un pasto principale leggero e vario”, consiglia l’ostetrica. “Non solo panini, ma insalate di pasta, riso, quinoa, miglio, che sono da preferire a merende e pasti preconfezionati, in cui eccedono zuccheri, grassi e conservanti dannosi per la salute”.

Nell’ultimo mese di gravidanza è particolarmente importante l’dratazione: almeno 2 litri d’acqua al giorno. Sulla scrivania dell’ufficio non deve mai mancare una bottiglia d’acqua. E il tempo dedicato al lavoro non dovrebbe impedire di praticare una leggera attività fisica. Una bella passeggiata, una nuotata o qualche esercizio in piscina, yoga o stretching specifici per la gravidanza.

E se il travaglio inizia nelle ore lavorative?

Negli ultimi mesi di gravidanza, è necessario avere sempre con sé la cartelletta con la documentazione della gravidanza. E la valigia per l’ospedale con lo stretto necessario per mamma e bebè. “Normalmente il travaglio non parte all’improvviso. Dà avvisaglie per ore o anche giorni, in modo che la madre abbia tempo di predisporre un ambiente sicuro per la nascita”, spiega l’ostetrica.

“Quando iniziano le prime avvisaglie, può scegliere di stare a casa. Pur sapendo che potrebbe volerci ancora tempo. Ma se iniziano le contrazioni più dolorose in ufficio, oppure se si rompono le membrane, dovrà trovare il modo migliore di raggiungere il luogo scelto per la nascita. Farsi accompagnare da un collega, chiedere al partner o a una persona cara di andare a prenderla. O, eventualmente, chiamare l’ambulanza, che però la trasporterà nell’ospedale più vicino, indipendentemente dalle sue preferenze.

Lavorare fino al parto: puoi cambiare idea

Anche per chi sceglie di lavorare fino al nono mese, la legge offre alcune tutele. Chi lavora in piedi, per esempio, ha diritto di stare seduta per almeno metà dell’orario, e viceversa. Oppure ha diritto a non essere adibita alla movimentazione di carichi, non può lavorare di notte e non può essere esposta a sostanze chimiche.

In breve, non sono ammessi lavori “pericolosi, faticosi o insalubri”. È importante restare sempre in ascolto del proprio corpo e del bambino. Dando la precedenza alle esigenze della gravidanza rispetto al lavoro. “La gravidanza non è una malattia”, sottolinea l’ostetrica Zuccarini, “ma certamente è un periodo molto particolare nella vita di una donna. Con importanti cambiamenti fisici, emotivi, psicologici e relazionali”. Una fase che merita attenzione e cura. Da parte della donna stessa e delle persone che le sono vicine.

Inoltre, occorre tenere presente che il benestare dato dal medico alla prosecuzione dell’attività lavorativa attiene strettamente alla fase in cui viene formulato. Poi naturalmente spetta alla donna valutare se intervengono cambiamenti per decidere insieme al curante il da farsi. La scelta deve essere davvero sua. Senza alcuna forzatura da parte del datore di lavoro o dei familiari. “Nessuno può sapere davvero come lei si sente. E c’è in gioco qualcosa di molto prezioso, ben al di là del lavoro”, sottolinea Eleonora Zuccarini. “Anche per questo, chi sceglie di continuare a lavorare fino al nono mese deve sentirsi libera di cambiare idea in qualsiasi momento”.

 

di Mara Pace

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