Un test di Coombs ancora positivo - Dolce Attesa

14 marzo 2011

Un test di Coombs ancora positivo

Un test di Coombs ancora positivo

Il mio gruppo sanguigno è Rh negativo e aspetto il secondo figlio. Alla nascita del primo mi era stata fatta l’immunoprofilassi, ma il test di Coombs è ancora positivo…

Se il suo sangue Rh negativo e quello fetale Rh positivo, possibile che il suo sistema immunitario sviluppi anticorpi diretti contro l’antigene D, una proteina dei globuli rossi Rh positivi del nascituro, provocando un grave disturbo noto come malattia emolitica del neonato. Perchè questo avvenga necessario un contatto diretto tra il sangue materno e quello fetale, normalmente impedito, durante la prima gravidanza, dalla barriera placentare.

Al momento del parto, però, quando la placenta si stacca, quasi inevitabile che il sangue del feto entri in contatto con quello materno: in tal caso l’organismo materno inizia a produrre gli anticorpi anti-D, che in una seconda gestazione potrebbero facilmente attraversare la placenta “attaccando” il sangue fetale. Per evitare il rischio, alla nascita del primo figlio la mamma viene sottoposta a immunoprofilassi. Il test di Coombs indiretto rileva la presenza nel suo sangue di anticorpi contro quello fetale. Se, in occasione della seconda gravidanza, risulta ancora positivo nonostante l’immunoprofilassi, ciò può essere dovuto al fatto che il siero stato somministrato anche in questa seconda attesa, magari dopo una villocentesi o l’amniocentesi: in tal caso, il test risulterà positivo per un paio di mesi per il farmaco somministrato, senza alcun pericolo. Altrimenti bisogna ripetere il test, perch il risultato potrebbe essere un falso positivo. Occorre, inoltre, accertare se gli anticorpi che hanno determinato la positività sono quelli diretti contro l’antigene D, i più pericolosi, oppure sono a bassa pericolosità diretti contro altri antigeni. Spetta comunque al ginecologo valutare la gravità della situazione.

Quando serve l’immunoprofilassi

Le immunoglobuline che si usano per la prevenzione della malattia emolitica da incompatibilità di gruppo servono a distruggere l’antigene D, ovvero i globuli rossi fetali passati impropriamente nel circolo materno, e bloccare la produzione di anticorpi diretti contro il sangue fetale da parte del sistema immunitario materno. Si ricorre quindi all’immunoprofilassi ogni qual volta si sospetta che sia avvenuto un contatto diretto tra il sangue della madre e quello del nascituro: in caso di sanguinamento da minaccia di aborto o parto pretermine, se la futura mamma si sottopone a test invasivi come la villocentesi o l’amniocentesi, e immediatamente dopo il parto. In quest’ultimo caso, il neonato al riparo da rischi e lo scopo della profilassi quello di evitare la produzione di anticorpi che, rimanendo nell’organismo della donna, potrebbero danneggiare il feto nel corso di una seconda gravidanza. Perchè la profilassi risulti efficace, necessario somministrare le immunoglobuline entro 72 ore dall’evento che può aver determinato il contatto tra il sangue materno e quello del nascituro.

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