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Insufficienza ovarica: buone notizie dalla Spagna

Due tecniche in corso di sperimentazione danno risultati promettenti per il trattamento della menopausa precoce

Insufficienza ovarica: buone notizie dalla Spagna

L’orologio biologico della fertilità femminile oggi non coincide più con i tempi che la vita sociale impone alle persone e alle coppie, e tante donne si trovano a dover posticipare la ricerca di un figlio, scontrandosi poi col problema della fertilità ridotta a causa dell’età. L’attività delle ovaie e la qualità degli ovociti decrescono col passare del tempo, fino al completo esaurimento con la menopausa. Ma ci sono anche donne per cui la menopausa arriva troppo presto, a 40, a 30, anche a 20 anni.

Si chiama insufficienza ovarica precoce e riguarda il 10% della popolazione femminile. Può essere secondaria, conseguenza di un’altra patologia o di un intervento medico, come un tumore e la terapia per trattarlo, oppure primaria, di origine genetica. Al momento non esiste una cura per invertire il processo o per ripristinare la fertilità perduta e l’unica soluzione disponibile per chi ne soffre è il ricorso all’ovodonazione, ma dalla Spagna arrivano notizie che fanno ben sperare nei progressi della ricerca.

 

Insufficienza ovarica: due tecniche sperimentali

Un gruppo guidato da Antonio Pellicer, fondatore dell’Istituto Valenciano di Infertilità, in collaborazione con l’Ospedale La Fe di Valencia, sta sperimentando due differenti approcci per riattivare la funzionalità delle ovaie che vanno incontro a declino prematuro.

“La prima consiste nel prelevare una porzione di tessuto ovarico con un intervento in laparoscopia, praticarvi delle piccole incisioni e quindi impiantarlo nuovamente. La paziente viene dimessa entro la giornata”, spiega la ginecologa Daniela Galliano, direttrice della sede romana dell’Istituto Valenciano di Infertilità. Il trattamento dà l’avvio a una cascata di segnali molecolari nel tessuto ovarico e determina la produzione di fattori di crescita e l’inibizione dell’apoptosi, il suicidio cellulare. Il risultato ultimo è l’attivazione dei follicoli residui che sarebbero altrimenti rimasti dormienti e che neppure i farmaci comunemente usati per la stimolazione ovarica sono in grado di risvegliare.

Nelle settimane successive all’intervento, l’efficacia del trattamento viene verificata con il dosaggio nel sangue dell’ormone antimuelleriano, una proteina prodotta dalle ovaie, la cui concentrazione nell’organismo è proporzionale al numero di follicoli disponibili. Un innalzamento del livello dell’ormone è indicativo del ripristino dell’attività dei follicoli dormienti.

“Si tratta, per il momento, di un approccio sperimentale, quindi non abbiamo ancora statistiche sulla percentuale di successo di questa tecnica, ma di recente i nostri sforzi sono stati premiati da quattro gravidanze avviate dopo l’intervento su donne che si avviavano a un’insufficienza ovarica precoce e che per scelta non volevano far ricorso a ovodonazione”.

La seconda linea di ricerca in corso di sperimentazione a Valencia consiste nell’infusione di cellule staminali da midollo osseo nell’arteria ovarica. “Le staminali producono dei fattori di crescita che stimolano la riattivazione dei follicoli dormienti”, spiega Antonio Pellicer. I risultati non sono ancora disponibili.

 

Il campo di applicazione

In quali casi potrebbero trovare applicazione le tecniche sperimentate in Spagna? “In presenza di insufficienza ovarica prematura e non quando l’infertilità è dovuta all’età dell’aspirante madre”, chiarisce Daniela Galliano. “Non ha senso tentare questo approccio se la donna ha più di 40-42 anni. Inoltre, è necessario che nelle ovaie sia presente una riserva pur minima di follicoli dormienti. Se la riserva ovarica è del tutto esaurita, non c’è più nulla da riattivare”.

In alcuni casi, la menopausa precoce arriva all’improvviso, del tutto imprevista, ed è irreversibile. Talvolta, invece, viene preceduta da un periodo di ridotta fertilità e se la donna sta tentando di concepire, si rende conto dell’esistenza di un problema.

In questa fase prodromica, che prende il nome di insufficienza ovarica prematura occulta, la probabilità dell’instaurarsi spontaneo di una gravidanza è del 4% circa, mentre la probabilità di successo con un intervento di PMA è del 6-11%. Questa è la condizione in cui potrebbero trovare applicazione le due tecniche in corso di sperimentazione a Valencia, che mirano a ottimizzare la riserva di follicoli residui.

“In questi casi, e a maggior ragione quando l’insufficienza è ormai completa e irreversibile, c’è la prospettiva della fecondazione eterologa con ovociti donati, un approccio ormai validato e praticato comunemente, ma non tutte le donne la accettano come soluzione”, dice Galliano. “Stiamo cercando, quindi, di offrire loro un’alternativa”.

 

Maria Cristina Valsecchi

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