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08 marzo 2018

Clamidia e Hpv, ostacoli alla fertilità

Le due infezioni a trasmissione sessuale, molto diffuse e spesso asintomatiche, mettono a repentaglio la possibilità di procreare della donna e dell'uomo. Prevenzione e trattamenti tempestivi sono le strategie più efficaci per proteggersi

Clamidia e Hpv, ostacoli alla fertilità

Quando si parla di malattie a trasmissione sessuale il pensiero corre subito all’Aids. Un nome che continua a far paura, nonostante i progressi della medicina negli ultimi anni ne abbiano ridotto drasticamente il tasso di letalità. Ma non è la sola. Tanti sono i batteri e i virus che si propagano per via sessuale e comportano seri rischi per la salute. Due, in particolare, sono spesso asintomatici, dunque non diagnosticati. E possono compromettere la fertilità femminile e maschile: la clamidia e il papillomavirus. Come per l’Aids, anche per queste subdole infezioni vale il motto: “Se la conosci, la eviti”.

Clamidia, nemico nascosto

È una delle infezioni a trasmissione sessuale più diffuse al mondo, ma largamente sotto-diagnosticata. Responsabile della malattia è il batterio Chlamydia trachomatis. Si annida all’interno delle cellule delle mucose dell’apparato genitale maschile e femminile, delle vie respiratorie e della congiuntiva. “Trattandosi di un patogeno intracellulare, per debellarlo occorre un antibiotico in grado di penetrare la membrana cellulare. E per adottare una terapia mirata è necessaria la diagnosi corretta. Cosa che spesso non avviene”, spiega Demetrio Costantino, ginecologo del Centro salute donna della Usl di Ferrara. L’infezione, che nel nostro Paese colpisce il 3% circa della popolazione generale femminile e il 10% delle giovani sessualmente attive sotto i 25 anni, è asintomatica in 7 casi su 10. “E i sintomi, quando sono manifesti, sono spesso lievi e aspecifici: bruciore vaginale o alle vie urinarie e secrezioni anomale”, dice Costantino. “Spesso le donne colpite li trascurano. Oppure adottano rimedi fai da te, come detergenti intimi antibatterici e irrigazioni vaginali. In questi casi, invece, bisogna rivolgersi tempestivamente al proprio ginecologo. E sottoporsi a un tampone vaginale per identificare la causa del fastidio”.

Rischio fertilità. E non solo

Se non viene curata per tempo, una volta su quattro l’infezione risale le vie genitali fino a raggiungere l’utero e le tube. E provocando una malattia infiammatoria pelvica. “Si manifesta con dolore al basso addome o alla schiena, perdite di sangue tra le mestruazioni e, talvolta, febbre e nausea”, spiega il ginecologo. “La conseguenza più temibile è la formazione di tessuto cicatriziale nelle tube, che può impedirne il funzionamento. Con conseguente ipofertilità o infertilità. E un aumentato rischio di gravidanza extrauterina“. Se contratta durante l’attesa, la clamidia può provocare aborto spontaneo, infiammazione e rottura delle membrane, prematurità e basso peso alla nascita. “E se la madre è infetta al termine dell’attesa può contagiare il bimbo al passaggio nel canale del parto”, aggiunge Costantino. “Su 1000 partorienti, 100 sono affette da clamidia, 66 neonati sono portatori del batterio, il 10-17% di loro sviluppa una congiuntivite e il 2-10% una polmonite”.

L’infezione nell’uomo

Nell’uomo l’infezione è asintomatica 5 volte su 10. “I sintomi più comuni, quando si manifestano, sono bruciore all’epididimo e febbre“, prosegue il ginecologo. “E studi recenti suggeriscono che la presenza del batterio nel liquido seminale possa interferire con la motilità degli spermatozoi“. Come ci si può difendere dalla clamidia, considerato che non esiste un vaccino efficace contro il batterio e che spesso la malattia è silente? “In primo luogo utilizzando il preservativo nei rapporti con partner nuovi di cui non si conosce lo stato di salute. Un consiglio, questo, che vale soprattutto per i più giovani”, risponde Costantino. “Inoltre, le evidenze scientifiche suggeriscono l’utilità di sottoporre a tampone vaginale specifico una volta all’anno tutte le donne sessualmente attive entro i 25 anni di età. E anche quelle che hanno cambiato partner di recente”. Le linee guida per l’assistenza alla gravidanza fisiologica pubblicate dall’Istituto superiore di sanità prevedono il tampone a inizio gravidanza per le donne a rischio. Che, appunto, sono quelle che hanno cambiato partner di recente. L’esame va ripetuto all’approssimarsi del termine dell’attesa. “Il trattamento antibiotico appropriato non comporta rischi per il nascituro”, conclude il ginecologo.

Papillomavirus, problema per tutti

L’Hpv, cioè il Papillomavirus umano, è conosciuto e combattuto in primo luogo perché responsabile del tumore alla cervice dell’utero. Alcuni ceppi, inoltre, possono dare manifestazioni fastidiose: le cosiddette creste di gallo. Ma c’è un altro effetto deleterio dell’infezione, evidenziato da studi recenti condotti anche da ricercatori dell’Università di Padova. La presenza del virus nel liquido seminale riduce le probabilità di concepimento spontaneo e di fecondazione in vitro. E, se il concepimento avviene, aumenta il rischio di abortività precoce. “Analizzando il liquido seminale di uomini fertili e di uomini infertili, si rileva la presenza del papillomavirus nel 2-3% dei primi e nel 10-12% dei secondi”, osserva Francesca Paolini, biologa molecolare dell’Istituto Regina Elena di Roma. “Nel liquido seminale il virus aderisce alla superficie degli spermatozoi, riducendo la loro motilità e quindi ostacolando la fecondazione. E, se la fecondazione avviene, il virus penetra all’interno dell’ovocita insieme allo spermatozoo. Interfendo con le prime fasi dello sviluppo dell’embrione. Determina l’apoptosi, cioè la morte cellulare della blastocisti. Questo accade anche quando il gamete maschile viene introdotto nella cellula uovo in vitro mediante iniezione intracitoplasmatica. Se una coppia sperimenta problemi di infertilità e poliabortività, conviene analizzare il liquido seminale alla ricerca del papillomavirus. Perché quello può essere l’origine del problema“.

Effetti reversibili

La buona notizia è che gli effetti deleteri dell’Hpv per la fertilità maschile sono reversibili. “Eliminata l’infezione, gli spermatozoi tornano a essere funzionali. E anche il rischio di interruzione precoce della gravidanza torna nella media”, spiega Paolini. A oggi non esiste una terapia efficace contro le infezioni da papillomavirus. Che nella maggior parte dei casi si risolvono spontaneamente nell’arco di alcuni mesi sia per l’uomo che per la donna. Esiste la vaccinazione, che in Italia è offerta gratuitamente a tutte le ragazze al compimento degli 11 anni. Il nuovo piano vaccinale prevede l’offerta gratuita anche ai maschi, ma non è stato ancora applicato uniformemente in tutto il Paese. “La vaccinazione protegge contro alcuni ceppi virali, quelli più aggressivi. Tra questi c’è l’Hpv 16, il principale responsabile dei danni alla fertilità”, dice Paolini. I risultati ottenuti dai ricercatori dell’Università di Padova suggeriscono che il vaccino potrebbe essere impiegato anche a scopo terapeutico. Somministrato in corso di infezione, infatti, stimolerebbe il sistema immunitario, accelerando i tempi della guarigione.

Maria Cristina Valsecchi

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