Violenza ostetrica: le cifre del fenomeno in Italia | Dolce Attesa
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Violenza ostetrica: le cifre del fenomeno in Italia

Ventuno mamme su cento riferiscono di aver subito maltrattamenti fisici o verbali in occasione del parto. Per sei mamme su cento l'esperienza è stata tanto traumatica da decidere di non avere altri figli. È il risultato di un sondaggio commissionato alla Doxa dall'Osservatorio sulla Violenza Ostetrica

Violenza ostetrica: le cifre del fenomeno in Italia

La nascita di un figlio dovrebbe essere l’esperienza più felice, benché impegnativa, nella vita di una donna. Tante invece ne conservano un pessimo ricordo e non a causa di complicazioni o di un’emergenza, ma per un’assistenza inappropriata: trattamenti medici coercitivi praticati senza reale necessità, interventi che l’Organizzazione Mondiale della Sanità giudica inutili o addirittura dannosi per la salute della donna e del bambino, mancanza di tatto e di rispetto da parte del personale sanitario, solitudine e abbandono, violazioni della riservatezza, rifiuto di somministrare farmaci per il controllo del dolore, divieto di avere accanto un familiare, fino ad arrivare agli abusi verbali. In una parola, quella che la stessa OMS definisce violenza ostetrica.

Da un’indagine condotta dalla Doxa su un campione di 424 donne, il fenomeno riguarda il 21% delle mamme che hanno dato alla luce un bimbo negli ultimi 14 anni.

Nell’aprile del 2016, un gruppo di attiviste ha promosso una campagna di sensibilizzazione sui social media dal titolo #bastatacere: le madri hanno voce, per invitare le mamme che avevano sperimentato episodi di violenza ostetrica a uscire allo scoperto e raccontare la propria storia.

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“In pochi giorni hanno aderito così tante donne, che la campagna è diventata presto virale”, ricorda Elena Skoko, una delle organizzatrici dell’iniziativa, che di lì a poco, insieme all’avvocato Alessandra Battisti, ha fondato l’Osservatorio per la Violenza Ostetrica, “per fare un passo avanti e cercare di tratteggiare i confini di un fenomeno ancora sommerso di cui, però, chi l’ha vissuto porta le cicatrici per tutta la vita”.

Ora l’Osservatorio, in collaborazione con le associazioni La Goccia Magica e Ciao Lapo Onlus, ha commissionato alla Doxa un sondaggio per valutare oggettivamente le cifre del problema in Italia.

La violenza ostetrica

Nel 2014 l’OMS ha pubblicato la dichiarazione “La prevenzione e l’eliminazione della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere”, in cui riconosce il diritto di ogni donna “all’assistenza rispettosa e dignitosa durante la gravidanza e il parto, così come il diritto a essere libera dalla violenza e dalla discriminazione” e definisce la violenza ostetrica come “abuso e mancanza di rispetto”.

Tra le più comuni pratiche che rientrano nella definizione c’è il cesareo non necessario, l’episiotomia non necessaria, costringere la donna a partorire sdraiata con le gambe sulle staffe, esporre la donna nuda di fronte a una molteplicità di soggetti, separare la madre dal bambino senza una ragione medica, non coinvolgere la donna nei processi decisionali che riguardano il proprio corpo e il proprio parto, umiliare verbalmente la donna prima, durante e dopo il parto.

Partorire sdraiata?Leggi

L’episiotomia, cioè la pratica che consiste nell’incisione chirurgica del perineo e della vagina per allargare il canale del parto, secondo l’OMS e la letteratura medica è indicata solo quando è necessario rendere più veloce la fase espulsiva perché il bambino è a rischio di sofferenza, invece troppo spesso viene praticata di routine senza alcuna evidenza di utilità e senza tenere conto delle possibili conseguenze per la salute e il benessere psicologico della donna.

EpisiotomiaQuando è davvero necessaria?

È ben noto, poi, il problema italiano del ricorso eccessivo ai cesarei, spesso programmati per ragioni di comodità organizzativa e a tutela legale dei sanitari piuttosto che per effettive esigenze mediche. Altre pratiche, come la rasatura del pube, il clistere, l’obbligo di rimanere in posizione litotomica, la proibizione di mangiare e bere durante il travaglio, vengono ancora adottate d’abitudine in alcuni centri nascita benché non siano basate su alcuna evidenza scientifica.

I risultati del sondaggio

Il sondaggio commissionato dall’Osservatorio ha preso in esame i diversi aspetti dell’assistenza e dell’esperienza vissuta dalle madri durante il travaglio e il parto: dai trattamenti praticati ai rapporti con il personale sanitario, dalla comunicazione al consenso informato, dal ruolo della partoriente nelle decisioni sul parto al rispetto della dignità personale.

Ed ecco le risposte del campione di 424 madri intervistate dalla Doxa. Alla domanda “ritiene di aver vissuto un’esperienza ostetrica durante l’assistenza al suo parto?”, il 56% ha risposto “assolutamente no”, il 23% “credo di no”. Il 17% ritiene di aver vissuto “in parte” una qualche forma di violenza fisica o verbale, il 4% afferma di averla sicuramente vissuta. Il 67% delle intervistate ha dichiarato di aver ricevuto un’assistenza adeguata, il 27% solo in parte adeguata e il 6% di aver vissuto l’intero travaglio in solitudine e senza la dovuta assistenza.

Andando nei dettagli, Il 54% ha subìto l’episiotomia, che il 15% ha vissuto come una menomazione degli organi genitali, mentre il 13% ne ha scoperto solo in seguito le conseguenze negative per la propria salute e dunque non era stato informato adeguatamente prima del parto.

Ha subìto un cesareo il 32% delle intervistate, con un 15% di cesarei d’urgenza, un 14% di interventi programmati su indicazione del medico e un 3% su esplicita richiesta della madre.

Infine, il 27% ha lamentato una carenza di sostegno e informazioni sull’avvio dell’allattamento, il 19% la mancanza di riservatezza in varie fasi della permanenza in ospedale, al 12% è stata negata la possibilità di avere vicino una persona di fiducia durante il travaglio e al 13% non è stata garantita un’adeguata terapia per il dolore.

La risposta dei ginecologi

A poche ore dalla presentazione dei dati relativi al sondaggio, le società scientifiche dei ginecologi, ginecologi ospedalieri e ginecologi universitari hanno risposto con un comunicato stampa congiunto che invita a evitare allarmismi controproducenti per non minare la fiducia delle donne italiane nel proprio ginecologo e nelle strutture sanitarie che le accompagnano nelle delicate fasi del travaglio e del parto.

“I dati emersi da questa indagine”, commenta Giovanni Scambia, presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, “impongono anzitutto una verifica e una riflessione sulla gestione del nostro rapporto e dialogo con le pazienti, perché è in sé spiacevole che alcune italiane riferiscano del proprio parto come di un’esperienza senz’altro negativa. In secondo luogo rafforzano il convincimento di noi ginecologi riguardo ad alcuni obiettivi che perseguiamo da anni: una migliore rotazione del personale, sia medico sia ostetrico, nelle sale parto; la chiusura dei punti nascita che gestiscono meno di mille parti l’anno, perché evidentemente privi dell’esperienza e della casistica necessarie; e infine l’inserimento nei LEA del parto indolore, che non può restare un privilegio riservato a poche italiane” (N.d.A: in realtà il parto indolore è stato inserito nei nuovi LEA, ma di fatto non è stato ancora implementato in tutti i punti nascita italiani).

 

Maria Cristina Valsecchi

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