I punti nascita grandi sono più sicuri di quelli piccoli? | Dolce Attesa
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I punti nascita grandi sono più sicuri di quelli piccoli?

La grandezza dell'ospedale e il numero di parti all'anno sono tra i parametri che vengono considerati per valutare la sicurezza di una struttura. In realtà, le dimensioni della maternità non sono l'unico criterio da controllare. Ecco come orientarsi per scegliere il luogo giusto dove partorire      

I punti nascita grandi sono più sicuri di quelli piccoli?

Nelle ultime settimane i media hanno riportato le contestazioni per l’annunciata chiusura di alcuni piccoli punti nascita in Lombardia. “Non garantiscono la sicurezza di mamme e bambini”, dice il Ministero della Salute. “La loro eliminazione complicherebbe la vita alle donne della zona, che dovrebbero fare più strada per andare a partorire in una grande struttura, magari in condizioni di urgenza”, ribatte chi si oppone alla chiusura.
Al di là del caso specifico, quali sono le caratteristiche che rendono i punti nascita sicuri? Perché le dimensioni e il numero di parti all’anno sono considerati così importanti? E come possono orientarsi le donne in attesa?

Sicurezza ed esperienza del personale

“Secondo l’accordo Stato-Regioni del 2010, tuttora in corso di attuazione sul territorio, i punti nascita che non soddisfano alcuni parametri devono essere chiusi o messi in sicurezza”, spiega Serena Donati, del Reparto Salute della donna e dell’età evolutiva dell’Istituto Superiore di Sanità. “Tra i parametri da valutare c’è il numero di parti effettuati in un anno, che non deve essere inferiore a 500. Molti studi hanno dimostrato che, specialmente in ambito chirurgico, la mortalità si riduce con l’aumentare delle dimensioni dell’ospedale, perché il personale ha maggiore esperienza nel gestire le emergenze. Per questo le grandi strutture sono considerate più sicure delle piccole, anche se l’organizzazione dell’assistenza alla nascita presenta differenze rispetto a quella dell’assistenza chirurgica”.

Di recente, la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, l’Associazione Ostetrici e Ginecologi Ospedalieri Italiani e l’Associazione Ginecologi Universitari Italiani hanno pubblicato un comunicato congiunto per sollecitare la messa in atto dell’accordo del 2010, non solo chiudendo i piccoli centri, ma assicurando in tutti la presenza 24 ore su 24 dell’ostetrica, del ginecologo, dell’anestesista e del neonatologo di guardia.

“È uno dei parametri previsti dall’accordo Stato-Regioni per considerare i punti nascita sicuri”, dice Elsa Viora, presidente dell’AOGOI. “Non è sufficiente che queste figure professionali siano reperibili a chiamata. Devono essere di guardia sul posto, pronte a intervenire in caso di emergenza. Difficilmente una piccola struttura, che assiste pochi parti all’anno, può permettersi di tenere un ginecologo, un’ostetrica, un anestesista e un neonatologo di guardia 24 ore su 24. Ecco un’altra delle ragioni per cui i centri con un basso volume di nascite spesso non sono adeguati”.

Quando l’eccezione è possibile

In situazioni particolari, però, le autorità sanitarie regionali possono mettere in sicurezza un punto nascita di piccole dimensioni, tra l’altro garantendo la presenza continua della guardia medica, e mantenerlo aperto in deroga all’accordo Stato-Regioni.
“In base alla valutazione di parametri oggettivi, è prevista la possibilità di deroga”, conferma Serena Donati. “Per esempio, quando i presidi più vicini a quello che andrebbe chiuso sono troppo distanti in termini di tempo di percorrenza della strada, tenuto conto anche delle caratteristiche orografiche del luogo e del clima. In una zona di montagna, dove d’inverno cade molta neve e le strade sono gelate, non si può costringere eventuali partorienti a un lungo percorso per raggiungere il grande ospedale. In questi casi il centro locale va tenuto aperto anche se è piccolo, ma va ovviamente messo in sicurezza. Spetta alla Regione occuparsene, chiedendo al Ministero una deroga motivata. Il processo è in atto in tutto il Paese. Speriamo che si concluda in tempi rapidi”.

Va detto che le Regioni hanno autonomia nella scelta dei punti nascita da chiudere. Anche in caso di mancata deroga da parte del Ministero, la Regione può mantenere aperto un punto nascita garantendo la guardia attiva giorno e notte di ginecologo, ostetrica, anestesista e neonatologo, come previsto dall’accordo del 2010.

Le dimensioni non sono tutto

L’inadeguatezza di tanti piccoli centri è evidente se si tiene conto della percentuale di parti cesarei. In tutto il Paese è più alta della soglia raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma è nelle strutture più piccole, soprattutto le piccole cliniche private del Sud Italia, che raggiunge picchi elevatissimi e assolutamente ingiustificati. “È spesso una conseguenza della carenza delle strutture e di personale in numero non adeguato ai requisiti per cui, di fronte a una complicazione, è più prudente ricorrere al bisturi per evitare rischi, per la sicurezza della donna e del bambino”, osserva Viora.

CesareoCosa sapere

Non tutti i piccoli punti nascita, però, sono ‘cesarifici’. “Ci sono alcune eccellenze dove, nonostante il basso volume di parti, il personale è ben preparato e impegnato a garantire la sicurezza nel rispetto della fisiologia. Un esempio è il presidio di Vipiteno, nella Provincia Autonoma di Bolzano, recentemente chiuso”.

Le dimensioni, dunque, non sono l’unico parametro di cui tenere conto nel valutare la bontà di un punto nascita. Lo stesso accordo Stato-Regioni cita altri fattori determinanti: gli incontri per l’accompagnamento alla nascita, il rispetto della fisiologia, l’offerta della partoanalgesia, la continuità assistenziale, l’integrazione tra struttura ospedaliera e i consultori e altri presidi sul territorio, la corretta informazione attraverso la redazione di una carta dei servizi. “Nel considerare la validità della struttura non conta solo il fattore sicurezza, ma anche l’appropriatezza delle cure e la qualità percepita dalle donne che partoriscono, la positività della loro esperienza”, spiega Donati. “Recentemente il Comitato Percorso Nascita nazionale ha approvato un documento che chiede alle Regioni di organizzare all’interno delle strutture ospedaliere degli spazi dedicati al parto fisiologico, da affidare in autonomia alla gestione delle ostetriche, per evitare che le donne sane ricevano un’assistenza eccessivamente medicalizzata”.

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Come orientarsi?

L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Nazionali ha pubblicato un’infografica (http://95.110.213.190/PNEedizione16_p/infograf/cesareo_eu.php) che permette di cercare per nome tutti i punti nascita attivi in Italia nel 2015, pubblici e privati, e di ciascuno riporta il numero di parti all’anno, la percentuale di primi cesarei, cioè di cesarei in donne che non ne hanno avuti in precedenza, e la percentuale di parti vaginali dopo pregresso cesareo (VBAC). Può essere utile consultarla per farsi un’idea generale della struttura dove si intende partorire.

“Il numero di parti all’anno, la percentuale dei cesarei e dei VBAC danno un’indicazione di massima sulla sicurezza e la qualità dell’assistenza nel presidio”, spiega Serena Donati. “Per avere un quadro più chiaro servirebbero maggiori informazioni, ma queste sono le uniche disponibili nell’ambito del Programma Nazionale Esiti, che utilizza i dati raccolti attraverso le schede di dimissione ospedaliera (SDO). Altri parametri che sarebbe importante valutare, come la percentuale di induzioni del parto o di episiotomie, non sono riportati nelle SDO e dunque non sono disponibili. È da osservare, poi, che l’infografica dell’AGENAS non fornisce le percentuali di cesarei e VBAC per i punti nascita con meno di 500 parti l’anno. Questi dati tuttavia sono noti e accessibili registrandosi sul sito del Programma Nazionale Esiti (http://95.110.213.190/PNEed15/)”.

Per reperire altre informazioni, come la percentuale di episiotomie, induzioni, parti operativi, la presenza del rooming in o la disponibilità h24 dell’analgesia, bisogna fare riferimento alla carta dei servizi di ogni singola struttura. “Tutti i presidi sanitari sono tenuti a redigerla e a renderla disponibile al pubblico”, dice Donati. “Il Ministero sta verificando la loro disponibilità perché è importante che le donne possano avere informazioni sulla modalità di organizzazione dell’assistenza”.

Verificare di persona

Alcuni ospedali hanno pubblicato la carta dei servizi sulla propria pagina web. “Ma non tutte le buone strutture curano con attenzione la comunicazione in rete e non tutte le strutture che hanno un sito ben curato offrono assistenza di buona qualità. Limitarsi a una ricerca in rete può dare risultati fuorvianti”, avverte Elsa Viora. “Meglio parlare direttamente con il personale del punto nascita, se possibile, o visitarlo in occasione di un incontro per l’accompagnamento alla nascita, oppure chiedere consiglio al proprio medico curante, che conosce le strutture della zona”.
L’importante è avere le idee ben chiare sul tipo di assistenza che si vuole. “C’è chi attribuisce grande importanza al fattore sicurezza e preferisce una struttura che disponga di terapia intensiva per la donna e per il neonato”, dice Donati, “chi vuole l’epidurale, chi cerca il massimo rispetto della fisiologia, chi vuole il rooming in. Ogni mamma in attesa dovrebbe riflettere, stilare una lista delle caratteristiche che per lei sono importanti, elencarle in ordine di priorità e poi valutare l’offerta delle strutture della zona, cercando di parlarne con il professionista che l’assiste per organizzare al meglio l’assistenza più appropriata in base ai suoi desideri e alle caratteristiche della gravidanza”.

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Maria Cristina Valsecchi

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