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22 maggio 2018

Ogni mamma sa come si fa

Durante l'attesa è naturale nutrire dubbi e preoccupazioni. Ma un'assistenza rispettosa aiuta la donna a far emergere le sue competenze naturali

Ogni mamma sa come si fa

Pro o contro l’epidurale? Pro o contro la lotus birth? Oggi alla futura madre vengono offerte soluzioni stereotipate, scuole di pensiero, modelli di comportamento cui adattarsi per avere la garanzia che tutto va bene. Anziché aiutarla a elaborare le domande che si pone, a comprendere quello che vuole e a trovare la sua strada”. Ne è convinta Marta Campiotti, ostetrica di Varese, fondatrice della Casa di maternità Montallegro. Ogni mamma sa come si fa. Perché ogni donna è perfettamente in grado di fare figli. È nella sua natura, una competenza innata. Durante la gravidanza, il suo corpo e la sua psiche si trasformano per adattarsi all’arrivo del nascituro, alla nuova condizione di madre.

Questo adattamento comporta sensazioni nuove e anche smarrimento, ombre, emozioni ambivalenti e incertezza. “I dubbi che si presentano alla mente della futura mamma, soprattutto se è alla sua prima esperienza, sono parte del processo di trasformazione e come tali vanno accolti. Solo in questo modo le sue competenze naturali possono emergere”, spiega Campiotti. “Troppo spesso, invece, la donna è spinta a delegare, ad affidarsi a qualcun altro che promette di risolvere i suoi problemi: un professionista, un libro, un metodo. Così facendo, perde fiducia nelle proprie capacità, rischia di vivere anche il parto come un’esperienza subita, come una violenza”.

A ogni mamma il giusto sostegno

A differenza delle femmine degli altri mammiferi, che per dare alla luce i loro piccoli cercano la solitudine, noi esseri umani abbiamo bisogno del sostegno e dell’accompagnamento di una persona fidata. Assistere, però, non vuol dire sostituirsi alla donna che partorisce. “Il parto è qualche cosa che la donna fa, non una procedura che deve subire passivamente. Non è l’ostetrica o il medico che fa nascere il bambino. È la mamma”, sottolinea Anna Maria Gioacchini, ostetrica dell’associazione Nascere e crescere di Roma. “La persona che assiste ha il compito di aiutare, dare conforto e vigilare che tutto si stia svolgendo bene. Solo se c’è un problema è necessario intervenire”. La fiducia della futura mamma nelle proprie competenze, il rapporto di mutuo rispetto con la persona che la assiste non si improvvisano al momento del travaglio. Bisogna costruirle durante l’arco della gravidanza.

Le scuole di pensiero

“È durante l’attesa che la donna deve imparare a non delegare, a fare affidamento sulle proprie risorse“, dice Marta Campiotti. “I modelli di assistenza oggi disponibili non aiutano in tal senso”. Nel suo libro “L’armonia della nascita” (Bonomi, 2017), Campiotti descrive l’approccio medicalizzato alla gravidanza. Per placare l’incertezza della futura mamma sulle condizioni di salute del bimbo che verrà le vengono offerti controlli serrati e strumenti diagnostici sempre più avanzati. “Sono utili, ma solo fino a un certo punto”, spiega. “Il loro impiego eccessivo e inappropriato non offre sollievo dalla preoccupazione ma la aumenta, perché genera uno stato di tensione continua. Non risolve l’incertezza, perché una certa quota di incertezza è inevitabile quando si aspetta un bambino ed è un sentimento con cui la donna deve scendere a patti”.

Anche gli approcci che si richiamano a un concetto naturale di nascita possono essere viziati da ideologie, quando indicano alla futura mamma un’ideale via naturale cui attenersi perché tutto vada bene, quando sostituiscono le loro prescrizioni alla libera scelta della donna. Quella di partorire a domicilio, per esempio, deve essere una decisione consapevole della futura mamma, non dettata da mode o modelli assoluti. Anche una donna che avrebbe i requisiti per dare alla luce il suo bimbo in casa può decidere che preferisce andare in ospedale, che si sente più sicura così. Allo stesso modo spetta alla diretta interessata scegliere se fare ricorso alla partoanalgesia oppure no. È scorretto proporre l’epidurale come soluzione magica alla paura del parto, ma è altrettanto scorretto condannarla in nome della naturalità del dolore”.

Questione di rispetto

L’assistenza rispettosa è quella che aiuta la futura mamma a guardare dentro di sé, ad accettare le incertezze e a prendere le decisioni che ritiene adeguate per lei e per il suo bimbo, perché nessuno ha le risposte giuste tranne lei stessa”, osserva Campiotti. Questo modo di porsi non è una prerogativa della figura dell’ostetrica o del medico. “È una questione di attitudine personale all’ascolto e all’accompagnamento e di formazione alla comunicazione”, dice la ginecologa Anita Regalia, che per anni è stata responsabile della sala parto della clinica universitaria San Gerardo di Monza. “È una tendenza trasversale che oggi comincia a diffondersi come una sorta di contagio culturale. Ostetrica e medico non sono in competizione. Sono chiamati a collaborare, ciascuno nella propria sfera di competenza, per aiutare la futura mamma”.

Se le cose si complicano

Nella maggior parte dei casi, la gravidanza si svolge senza complicazioni, nel binario della fisiologia. A volte, però, qualcosa va storto: c’è un problema che rende necessario un intervento medico. La futura mamma è costretta ad affidarsi e a delegare ad altri la sicurezza sua e del nascituro. In questi casi c’è modo di salvaguardare comunque la sua autonomia, la sua capacità di controllo sulla propria salute? “Certo, proprio in queste situazioni è ancora più importante accompagnare la donna in un percorso di consapevolezza, fornirle informazioni basate sull’evidenza scientifica e sostenere le sue scelte“, risponde Anita Regalia.

“La chiave è la continuità assistenziale, ovvero che non si interrompa il legame tra la futura mamma e la persona che l’ha assistita fino a quel momento. Gli specialisti che intervengono in presenza di complicanze devono lavorare in équipe e coordinarsi con l’ostetrica o il medico che ha preso inizialmente in carico la donna. E tutti devono comunicare con chiarezza e rispetto con la diretta interessata”. La mamma in attesa, anche quella in travaglio, è perfettamente lucida, in grado di capire la situazione che le viene spiegata con trasparenza e tatto e di prendere decisioni per la propria salute, non subirle passivamente. “È sempre lei la protagonista del parto, anche quando bisogna ricorrere a un cesareo”, dice Anna Maria Gioacchini.

Un antidoto alla violenza ostetrica

L’incapacità di comunicare con la donna che sta dando alla luce il suo bimbo, di riconoscere le sue competenze e la sua autonomia è all’origine di una cattiva esperienza del parto. “Se la futura mamma non riesce a dare un senso a quello che sta vivendo, lo subisce come una sconfitta, come un’umiliazione”, spiega Marta Campiotti. “Un travaglio può essere complicato e richiedere interventi medici, ma può lasciare comunque un buon ricordo se la donna sente che le sue esigenze sono state rispettate, se ha potuto mantenere l’autonomia e la consapevolezza della situazione”. Due anni fa la campagna social #bastatacere ha dato voce a tante mamme che hanno vissuto il parto come un trauma, che si sono sentite sole, abbandonate e umiliate.

L’anno scorso, un sondaggio condotto su un campione di 400 donne dall’Osservatorio per la violenza ostetrica e pubblicato di recente sullo European Journal of Obstetrics and Gynecology and Reproductive Biology ha delineato l’ampiezza del fenomeno. “Come può succedere? Non è certo per sadismo di ginecologi e ostetriche”, osserva Campiotti. “Ma il modello di assistenza al parto prevalente oggi negli ospedali italiani è orientato alla fretta e all’interventismo. Mancano le risorse umane per garantire a ogni donna l’assistenza continuata e dedicata durante il travaglio, manca la disponibilità ad ascoltare i segnali del corpo, il tempo di aspettarne e seguirne i ritmi naturali. E il personale non è formato alla comunicazione. In un momento delicato come quello del parto basta una frase sbagliata per incrinare la fiducia e bloccare il meccanismo ormonale che dirige la nascita. Ecco perché bisogna arrivare al parto con una buona consapevolezza delle proprie risorse. E con la convinzione profonda che è la donna a far nascere il suo bambino perché è capace di farlo”.

Maria Cristina Valsecchi

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