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Un giorno la placenta ci curerà

È un organo importante che contiene cellule staminali capaci di modulare le reazioni immunitarie. E che, proprio per questo, potrebbero essere usate in caso di preeclampsia e nelle malattie infiammatorie e autoimmuni. La ricerca è solo all'inizio. Ma le promesse non mancano

Un giorno la placenta ci curerà

La forma di una focaccia schiacciata, il diametro di circa 20 cm, mezzo chilo di peso al termine della gravidanza. Per nove mesi la placenta svolge compiti davvero importanti: fornisce al piccolo ossigeno e nutrienti provenienti dal tuo sangue, lo protegge da virus, batteri e sostanze tossiche, filtra gli scarti del sangue fetale. Terminata la sua funzione naturale dopo la nascita del bambino, viene cestinata. C’è chi la conserva o la seppellisce sotto un albero per onorare il suo valore simbolico, ma la sua utilità pratica si esaurisce con il taglio del cordone.

Non sarebbe bello se un organo che è stato così importante per la vita di tuo figlio potesse dare ancora un contributo di salute e benessere ad altri? Da alcuni anni, gruppi di ricerca in tutto il mondo stanno lavorando perché questa speranza diventi realtà: studiano con interesse la placenta umana, quella giunta al termine del suo percorso, destinata a essere gettata via, come potenziale fonte di cellule staminali per futuri usi medici.

Identikit della placentaLeggi

Tanti possibili impieghi

“Tutto è iniziato una decina di anni fa, con la scoperta che intorno ai vasi sanguigni fetali nei villi della placenta si trova una riserva di cellule staminali mesenchimali”, dice Bill Kalionis, direttore del Laboratorio Cellule Staminali del Royal Women’s Hospital di Melbourne, Australia.

Si tratta di cellule multipotenti, ovvero cellule “bambine”, che maturando si specializzano e possono generare tessuto osseo, grasso, cartilagine… Non sono totipotenti, non possono cioè generare qualsiasi tessuto adulto, come accade invece per le cellule staminali dell’embrione.

Che cosa ci fanno, nella placenta? “Non è ancora chiaro”, risponde Kalionis. “Sembra che la loro presenza sia necessaria per mantenere la funzionalità dei vasi sanguigni e, nel corso della gravidanza, servono come materiale di riserva per riparare eventuali danni ai tessuti placentari”.

Ed è proprio per questo scopo che i ricercatori sperano di utilizzarle. “Per riparare danni ai legamenti, nel trattamento delle fratture ossee, delle ferite”, dice il biologo australiano.

“Oppure per aggiustare i vasi sanguigni dopo un’ischemia periferica o un infarto. Anche questa applicazione è oggetto di studio”, aggiunge la ginecologa Irene Cetin, membro del Comitato Scientifico di ASM, Associazione per lo Studio delle Malformazioni.

 

Non danno rigetto e inibiscono le reazioni infiammatorie

“Le staminali della placenta hanno una peculiarità che le rende particolarmente adatte a essere trapiantate. Producono dei fattori, delle molecole che modulano le risposte del sistema immunitario”, aggiunge Ornella Parolini, ordinario di biologia applicata dell’Università Cattolica di Roma e direttore del Centro di Ricerca Eugenia Menni della Fondazione Poliambulanza di Brescia, pioniere in questo settore. “Se trapiantate in un organismo ospite, vengono tollerate e non rigettate”.

E non è tutto. Hanno la capacità di inibire le reazioni immunitarie dell’organismo ospite anche nei confronti di altri stimoli e questo le rende potenzialmente utili per il trattamento di malattie infiammatorie e autoimmuni. “Al momento, sono in corso studi su modelli animali di fibrosi polmonare ed epatica, sclerosi multipla, diabete, artrite reumatoide, morbo di Parkinson, Alzheimer, morbo di Crohn”, dice Parolini.

Ma queste proprietà antinfiammatorie potrebbero rivelarsi utili anche nel trattamento della preeclampsia. “Le staminali delle placente delle donne affette da preeclampsia presentano anomalie proprio nella produzione delle citochine, le molecole immuno-modulanti, che sembra non siano in grado di svolgere correttamente il loro compito. Lo ha evidenziato una ricerca pubblicata alcuni anni fa da un gruppo dell’Ospedale Sant’Anna e dell’Università di Torino”, spiega Irene Cetin. “Le staminali ricavate da placente sane potrebbero correggere questa anomalia. A tale proposito, sono stati effettuati degli esperimenti su modelli animali affetti da preeclampsia, cui hanno somministrato staminali isolate da placente umane sane. Il risultato è promettente: le staminali sane iniettate in vena producono citochine al posto di quelle alterate della placenta. E un meccanismo analogo potrebbe avere un ruolo anche nel ritardo dello sviluppo fetale. L’ha dimostrato il mio gruppo con un lavoro pubblicato pochi mesi fa. Si aprono nuove strade per il trattamento di queste patologie, ma siamo ancora lontani dalla sperimentazione clinica sull’uomo”.

PreeclampsiaSi può prevenire?

Lo stato della ricerca

La ricerca sulle staminali della placenta e sul loro possibile uso medico è molto promettente, ma è agli inizi e diverse questioni devono essere ancora risolte.

“Gli studi su modelli animali sono numerosi e avanzati, con buoni risultati”, spiega Bill Kalionis. “Sono in corso alcuni studi sull’uomo, su piccoli gruppi di pazienti, ma i risultati sono incerti. Quando si cerca di ampliare il numero di persone coinvolte, la risposta varia molto da paziente a paziente”.

È in atto, quindi, la fase di passaggio della ricerca dal laboratorio verso la clinica. “Va chiarito, però, che sperimentazione clinica non significa ancora applicazione terapeutica”, osserva Parolini. “La sperimentazione clinica ha più fasi. Dapprima si deve dimostrare la sicurezza del prodotto che si utilizza, poi se ne dimostra l’efficacia su un campione limitato di pazienti e infine si estende lo studio. Solo in quest’ultima fase si potrà concludere se esiste o meno evidenza di applicazione terapeutica. Il tutto richiede qualche anno. Conto che la ricerca di base condotta presso il Centro di Ricerca Menni possa vedere nei prossimi anni una traslazione clinica grazie alla cooperazione con l’Università Cattolica e il Policlinico Gemelli di Roma”.

Nel 2009, Ornella Parolini, insieme a un gruppo di colleghi provenienti da Stati Uniti, Cina, India e Australia, ha fondato una società scientifica internazionale, la International Placenta Stem Cell Society, con lo scopo di collaborare, discutere insieme i risultati e far progredire la ricerca di base e quella clinica. Attualmente la società è presieduta dalla biologa italiana.

 

Raccogliere e trattare le cellule

Che fare, dunque? È possibile donare la placenta dopo la nascita del bimbo e il secondamento? Ha senso conservarla per proprio uso futuro? Per il momento non c’è richiesta, perché ne servono poche, quelle utilizzate per la ricerca. “Possono essere raccolte sia dopo parto spontaneo che dopo taglio cesareo”, dice Parolin. “Vanno escluse quelle provenienti da soggetti portatori di infezioni come HIV, epatite B, epatite C e sifilide. Una volta raccolto, l’organo viene trasferito nel laboratorio ed esaminato per valutare l’integrità dei tessuti. Se ritenuto idoneo, viene sterilizzato e utilizzato per l’isolamento cellulare”.

Una questione complessa e tuttora oggetto di studio è come isolare le staminali e coltivarle. “La placenta è costituita da tessuti diversi: di origine fetale, come la membrana amniotica, e di origine materna”, spiega Ornella Parolini. “Ognuno di questi tessuti contiene cellule specifiche. Esistono differenti procedure a seconda del tessuto placentare utilizzato e delle specifiche cellule che si vogliono isolare. Molti gruppi di ricerca stanno studiando come le condizioni di isolamento possano influire sulle caratteristiche e proprietà delle cellule ottenute e lavorano per ottimizzare tecniche di coltura e di espansione in vitro che mantengano inalterate le proprietà cellulari”.

L’impresa è impegnativa. “Per le applicazioni cliniche servono circa 5 milioni di cellule per chilogrammo di peso del paziente”, spiega Kalionis, “il che significa 300-400 milioni di cellule per trattamento. E le staminali mesenchimali umane sono difficili da preparare in grandi numeri”.

E l’uso autologo? In Italia è illegale conservare le staminali del sangue cordonale per un eventuale uso futuro da parte del bambino che è nato. È possibile donarle ai centri pubblici, a disposizione di chi ne ha bisogno e risulta compatibile dal punto di vista immunologico. Ma tante famiglie italiane si rivolgono ad aziende straniere che congelano e conservano a pagamento le staminali per uso autologo.

Negli Stati Uniti, da quando si è cominciato a parlare di ricerca sulla placenta umana, diverse aziende che già si occupavano di crioconservazione delle staminali da sangue cordonale hanno integrato la loro offerta con la possibilità di conservare l’intera placenta per uso futuro, pubblicizzandola con grande enfasi. Ma ha senso oggi per una neomamma rivolgersi a una di queste banche all’estero per congelare e mettere da parte a caro prezzo la placenta dopo il parto?

“No, al momento non c’è evidenza scientifica dell’utilità di conservare l’intera placenta o le staminali ricavate dai tessuti placentari per uso futuro personale”, risponde Kalionis. “Per di più, non esiste neppure un metodo standard per conservare questo materiale”.

 

Maria Cristina Valsecchi

 

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