Sclerosi multipla, diventare mamma si può | Dolce Attesa
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Sclerosi multipla, diventare mamma si può

La malattia non influisce negativamente sulla gravidanza e non interferisce con il benessere del nascituro. L'importante è rivolgersi a un centro di riferimento così da ricevere un'assistenza mirata e multidisciplinare  

Sclerosi multipla, diventare mamma si può

Diventare mamma, anche se si soffre di sclerosi multipla, si può. E gli esperti sono concordi nel rassicurare le donne che decidono di coronare il sogno di avere un bimbo. Una buona notizia di cui si è discusso nei giorni scorsi a Milano, in occasione della sesta edizione del Congresso BEMS (Best Evidences in Multiple Sclerosis) che si è svolta presso l’Unicredit Pavilion. Medici e rappresentanti delle istituzioni si sono infatti confrontati a proposito della gestione della gravidanza e della nascita e sulle migliori soluzioni terapeutiche disponibili per accompagnare la futura mamma in questo importante percorso.

La gravidanza è un periodo “privilegiato”

La sclerosi multipla è una malattia che colpisce prevalentemente i giovani adulti, in una fascia di età compresa tra 20 e 40 anni, e le più soggette sono proprio le donne (il rapporto è di 2-3 donne colpite per ogni uomo). “Fino a vent’anni fa una donna che soffriva di questa malattia e desiderava un figlio veniva fortemente scoraggiata poiché si temeva che la gravidanza potesse avere un impatto negativo sulla sua salute”, spiega Maria Pia Amato, professore di neurologia dell’Università degli Studi di Firenze. “Oggi sappiamo che questo non è vero e che, addirittura, i nove mesi dell’attesa rappresentano un periodo ‘protetto’ per la futura madre, in cui il rischio di ricadute si riduce notevolmente, per tornare ad aumentare nel primo trimestre dopo il parto, con un impatto globalmente ‘neutrale’ sulla malattia nel breve termine. Gli studi hanno inoltre evidenziato che la gravidanza non ha effetti negativi neppure sul decorso a lungo termine della malattia”. Non solo. A rassicurare le donne che desiderano vivere l’esperienza della maternità c’è anche il fatto che la malattia non influenza negativamente il buon proseguimento della gravidanza e non interferisce con il benessere del bimbo che cresce nel pancione. Per ricevere, però, un’assistenza adeguata nei nove mesi sarebbe preferibile rivolgersi a uno dei centri di riferimento per la sclerosi multipla, presenti sul territorio nazionale. “La futura mamma dovrebbe ricevere un’assistenza multidisciplinare”, commenta infatti Maria Pia Amato, “caratterizzata da un dialogo costante tra neurologo, ginecologo (formato per seguire pazienti con patologie croniche) e ostetrica”.

Quali terapie e controlli nei nove mesi?

La gravidanza di una donna che soffre di sclerosi multipla generalmente non presenta rischi maggiori rispetto a una gravidanza normale, e la frequenza di esami e controlli ecografici è quella indicata per un’attesa fisiologica. “Si faranno dei controlli più attenti soprattutto per la sideremia, perché le donne con sclerosi multipla sono più soggette a problemi di anemia”, considera l’esperta. “E in caso di carenza di vitamina D verrà prescritta una supplementazione, poiché questa vitamina diminuirebbe il rischio per il nascituro di ammalarsi di sclerosi multipla, rischio che per un bambino con un genitore affetto da questa malattia è del 2%, circa 15 volte superiore rispetto al rischio della popolazione generale”.

Quali esami in gravidanzaLegi

Per quanto riguarda le terapie farmacologiche per tenere sotto controllo la malattia, la maggior parte viene sospesa per tutto il periodo dell’attesa, il glatiramer acetato, però, può essere proseguito durante la gravidanza, quando ritenuto necessario. “In caso di bisogno, se dovessero verificarsi delle ricadute ci sono farmaci cortisonici compatibili con la gravidanza che possono essere somministrati alla futura mamma senza interferire con la salute del bambino”, rassicura l’esperta. “Via libera anche alla risonanza magnetica senza liquido di contrasto, meglio se con un apparecchio a basso campo magnetico, se dovessero manifestarsi dei problemi neurologici che necessitano di un approfondimento diagnostico”.

Non ci sono controindicazioni per un parto naturale

E arriviamo così al momento della nascita. Il bimbo dovrà venire alla luce con un cesareo? “No, la donna può accogliere il suo piccino con un parto naturale”, commenta Maria Pia Amato. “Fatta eccezione per i casi di disabilità importante, per cui ci sarebbero delle difficoltà a gestire la fase espulsiva, la malattia non rende necessario il ricorso a un cesareo e/o a un parto operativo. Grazie a recenti studi sappiamo anche che, se la donna lo desidera, non ci sono controindicazioni per l’anestesia epidurale”.

CesareoSolo quando serve

Nel post parto serve un po’ di attenzione in più

Mentre la gravidanza è un periodo “protetto”, in cui il rischio di ricadute si riduce notevolmente, il puerperio rappresenta un momento delicato, soprattutto per le neomamme con malattia più attiva. “Dopo il parto, i medici che seguono la donna valutano la situazione per stabilire se è opportuno riprendere subito la terapia o se è possibile attendere, consentendo così alla neomamma di allattare al seno il suo bambino”, considera l’esperta. “Non ci sono soluzioni predefinite valide per tutte le donne, occorre valutare il singolo caso e offrire alla neomamma le informazioni necessarie per aiutarla a fare le sue scelte”, conclude Maria Pia Amato.

Se la situazione non richiede una ripresa immediata della terapia, allattare in modo esclusivo non solo è possibile, ma secondo alcuni studi potrebbe avere un effetto protettivo nei riguardi delle ricadute puerperali.

Giorgia Cozza

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