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13 aprile 2018

Rh fetale: a chi serve conoscerlo subito?

Rh fetale: a chi serve conoscerlo subito?

Basta un semplice esame del sangue materno per sapere, fin dalla decima settimana di attesa, se il sangue del bimbo in arrivo ha fattore Rh positivo o negativo. Negli ultimi tempi si sono moltiplicate le pubblicità di aziende e ambulatori che offrono questo tipo di analisi. A cosa serve saperlo e in che cosa consiste l’esame?

Che cosa è il fattore Rh

Il fattore Rh è un gruppo di molecole che possono essere presenti sulla superficie dei globuli rossi. Se ci sono, il sangue si classifica come Rh positivo, se mancano, come Rh negativo. Una delle molecole che ne fanno parte è il cosiddetto antigene D. Se una donna ha fattore Rh negativo e il bimbo che aspetta è Rh positivo, le difese immunitarie materne possono riconoscere come elemento estraneo l’antigene D e attaccare i globuli rossi fetali provocando la malattia emolitica fetale-neonatale con conseguenze potenzialmente molto gravi.

Quando la differenza può diventare un problema

Perché il sistema immunitario della futura mamma impari a riconoscere l’antigene D, occorre che il sangue della donna entri in contatto con quello del nascituro, un’evenienza che in gravidanza può verificarsi in occasione di un esame invasivo come l’amnio o la villocentesi, oppure in caso di minaccia d’aborto. Il contatto avviene normalmente al termine dell’attesa, durante il parto. A quel punto, però, il neonato non corre più alcun rischio. Il rischio lo corre un eventuale successivo fratellino Rh positivo che, in gravidanza, può subire l’attacco del sistema immunitario materno sensibilizzato in occasione del parto precedente.

Quando si interviene

«Per evitare che ciò accada, bisogna in primo luogo informarsi sul gruppo sanguigno di entrambi i futuri genitori», spiega la ginecologa Irene Cetin, membro del comitato scientifico dell’Associazione per lo studio delle Malformazioni. «Se la donna è Rh positiva non c’è alcun pericolo. Se lei è negativa e il suo compagno è positivo, esiste la possibilità che il nascituro abbia ereditato dal padre il fattore Rh positivo. In tal caso si utilizza l’immunoglobulina anti-D, un emoderivato che, somministrato entro 72 ore dal primo contatto tra sangue materno e fetale, impedisce la sensibilizzazione verso l’antigene D.

Di solito, alla prima gravidanza l’immunoglobulina viene somministrata alla madre dopo un esame invasivo come l’amniocentesi o se ci sono state perdite di sangue. Sempre viene somministrata entro 72 ore dal parto. Le linee guida per l’assistenza alla gravidanza fisiologica pubblicate dall’Istituto Superiore di Sanità prevedono che in caso di negatività materna l’immunoglobulina venga somministrata dopo la ventottesima settimana di attesa, per prudenza, anche se non c’è stato alcun evento traumatico in precedenza».

Può accadere, però, che il nascituro non abbia ereditato il fattore Rh paterno e sia negativo come la mamma. «In questi casi, la somministrazione dell’immunoglobulina risulta inutile. Sapere fin dalle prime settimane di attesa se il sangue fetale è Rh positivo o negativo permette di somministrare l’immunoglobulina solo nei casi in cui è veramente necessario, risparmiandola quando sono negativi sia la madre che il nascituro», dice Cetin.

Come si individua oggi l’Rh fetale in gravidanza

Fino a pochi anni fa, l’unico modo per determinare il fattore Rh fetale in gravidanza era un esame invasivo, amnio o villocentesi. Oggi, la possibilità di analizzare piccolissime quantità di DNA fetale presenti nel sangue materno dalla decima settimana permette di sapere se il feto è Rh+ o Rh- senza alcun rischio, con un semplice prelievo ematico alla donna.

A chi conviene fare l’esame

«Si tratta, dunque, di una risorsa utile, perché consente di risparmiare interventi inutili», osserva la ginecologa. «Il problema è che al momento l’analisi del DNA fetale da sangue materno è molto costosa (da un minimo di 100 a diverse centinaia di euro, se abbinata a test di screening per le alterazioni cromosomiche) e non viene rimborsata dal servizio sanitario pubblico. Nel bilancio tra costi e benefici, conviene ancora somministrare le immunoglobuline a tutte le donne Rh negative, in attesa che scenda il prezzo dell’esame o che il servizio sanitario pubblico decida di rimborsarlo«.

La sicurezza delle immunoglobuline non è in discussione

Alcune aziende che pubblicizzano il test suggeriscono che la somministrazione inutile di immunoglobulina anti-D sia potenzialmente pericolosa, trattandosi di un emoderivato che potrebbe veicolare infezioni. «Sia chiaro: l’eventualità che l’immunoglobulina sia infetta è remotissima, trascurabile», puntualizza Cetin. «Qui non c’è alcun problema di sicurezza, ma solo di convenienza economica: quando il test costerà meno di una dose di immunoglobulina, sarà opportuno farlo. Oggi la scelta è della futura mamma, una scelta che si pone solo quando lei è Rh negativa e il futuro papà Rh positivo».

 

Cristina Valsecchi

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