Aspetti un bimbo? Prenditi cura della tiroide | Dolce Attesa
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Aspetti un bimbo? Prenditi cura della tiroide

Il suo corretto funzionamento è indispensabile in gravidanza. Ecco quali esami puoi fare per controllare che non ci siano problemi, quando è opportuno eseguirli e come si valuta la terapia farmacologica

Aspetti un bimbo? Prenditi cura della tiroide

Si stima che il 10% delle donne in età fertile in Italia soffre di ipotiroidismo, una ridotta produzione di ormoni tiroidei, dovuta nella maggior parte dei casi a una reazione autoimmune che danneggia progressivamente il tessuto della ghiandola. Molte non lo sanno, perché nelle forme più lievi la disfunzione è asintomatica o i sintomi sono sfumati e difficilmente riconoscibili.

In occasione della Settimana mondiale della tiroide, che ricorre dal 21 al 27 maggio, gli esperti invitano tutti a prestare maggiore attenzione alla salute di questa preziosa ghiandola, centralina di comando del nostro metabolismo. A maggior ragione la raccomandazione vale per le future mamme e per quelle che pianificano una gravidanza, perché l’ipotiroidismo durante l’attesa comporta un maggior rischio di complicanze: interruzione spontanea, parto pretermine, basso peso alla nascita e alterazioni dello sviluppo neurologico del nascituro.

Pochi mesi fa, la American Thyroid Association ha pubblicato un aggiornamento delle sue linee guida sulla diagnosi dei disturbi della tiroide e la loro gestione in gravidanza, alla luce delle conoscenze acquisite negli ultimi anni. Paolo Vitti, ordinario di endocrinologia dell’Università di Pisa e coordinatore della settimana della tiroide in Italia, illustra alle future mamme le nuove evidenze e le nuove raccomandazioni.

 

Che cos’è la tiroide e a cosa serve in gravidanza

La tiroide è una ghiandola a forma di farfalla che si trova nella parte anteriore del collo, tra l’esofago e la trachea. Produce due ormoni, la tiroxina (T4) e la triiodotironina (T3), che controllano il metabolismo di grassi, carboidrati e proteine, il funzionamento del sistema cardiovascolare e la frequenza cardiaca, la frequenza dei movimenti respiratori, il funzionamento dell’apparato gastrointestinale e l’assimilazione degli alimenti, la regolarità del ciclo ovulatorio e la produzione dei globuli rossi.

Quando la ghiandola funziona male e produce una quantità inadeguata di ormoni, tutti questi apparati ne risentono. I sintomi dell’ipotiroidismo conclamato sono la stanchezza cronica e la debolezza, spesso associate ad anemia, la difficoltà di concentrazione, i disturbi della memoria, l’aumento di peso, intolleranza al freddo, secchezza della pelle e fragilità dei capelli.

“In gravidanza, la tiroide materna svolge altre funzioni importantissime, soprattutto nel primo trimestre, quando la ghiandola del nascituro non è ancora sviluppata e funzionante”, spiega Paolo Vitti. “Gli ormoni tiroidei della madre sono indispensabili per il corretto sviluppo osseo del feto e per lo sviluppo del suo sistema nervoso. L’ipotiroidismo durante l’attesa comporta un maggior rischio di interruzione spontanea, parto pretermine, basso peso alla nascita, iposviluppo scheletrico e basso quoziente di intelligenza del bambino”.

 

Come si diagnostica l’ipotiroidismo

La tiroide è controllata da un’altra ghiandola, l’ipofisi, che produce l’ormone tireostimolante (TSH), in quantità variabile in funzione delle necessità dell’organismo. Il TSH, come dice il nome, stimola l’attività della tiroide. Se per qualche motivo la tiroide funziona male e produce una quantità insufficiente di T4 e T3, l’ipofisi incrementa la secrezione di TSH. Dunque, le persone che soffrono di ipotiroidismo hanno una concentrazione di TSH nel sangue superiore alla norma. Questo è il parametro usato normalmente per valutare il buon funzionamento della ghiandola.

In molti casi l’ipotiroidismo è conseguenza di una patologia autoimmune dovuta alla produzione anomala di auto-anticorpi, che attaccano e danneggiano progressivamente la tiroide. L’esame del sangue per la ricerca di questi anticorpi serve a diagnosticare la malattia autoimmune, ma un esito positivo non vuol dire che la tiroide sia già mal funzionante. “Significa che con il passare del tempo probabilmente quella persona svilupperà ipotiroidismo”, spiega l’endocrinologo. “Pertanto, per la diagnosi dell’ipotiroidismo occorre sempre valutare la concentrazione del TSH. In condizioni normali, il valore è compreso tra 0,4 e 4 mU/l. Secondo alcuni studi, il valore ideale sarebbe sotto i 2,5 mU/l, ma fino a 4 mU/l è considerato nella norma. Una concentrazione di TSH superiore a 4 mU/l ma inferiore a 10 mU/l è indice di lieve ipotiroidismo, di solito asintomatico o accompagnato da sintomi blandi. Se la concentrazione supera i 10 mU/l il problema è più serio”.

 

Per chi cerca o aspetta un bebè

È noto da tempo che un marcato ipotiroidismo in gravidanza può avere conseguenze anche gravi per la salute del nascituro. “Negli ultimi anni abbiamo appreso che anche una disfunzione più lieve aumenta in modo significativo il rischio di complicanze e di problemi nello sviluppo fisico e neurologico del bambino”, spiega Vitti. “Pertanto la tiroide va tenuta sotto controllo, possibilmente fin da prima del concepimento, anche perché il deficit di ormoni tiroidei può determinare irregolarità del ciclo ovulatorio e ridotta fertilità. La soluzione, se il problema c’è, è semplice: assumere quotidianamente un sostituto sintetico dell’ormone tiroideo, che compensa la carenza di quello prodotto dalla tiroide”.

Il dosaggio deve essere stabilito dallo specialista endocrinologo e aggiustato nel tempo in funzione della concentrazione degli ormoni nel sangue misurata periodicamente. L’ormone sintetico è del tutto innocuo per il feto.

Le nuove linee guida americane raccomandano di trattare sempre quando l’ipotiroidismo è marcato, mentre in caso di lieve alterazione della concentrazione del TSH raccomandano il trattamento solo in presenza di auto-anticorpi. “Al di fuori della gravidanza, sono d’accordo che sia meglio trattare l’ipotiroidismo lieve, quello asintomatico, solo in presenza di auto-anticorpi”, commenta l’endocrinologo, “cioè quando ci si aspetta una progressione della malattia. L’ipotiroidismo lieve senza auto-anticorpi può essere dovuto a una fluttuazione fisiologica del TSH. Durante l’attesa, però, ritengo che sia più sicuro trattare anche nei casi asintomatici. Non prescrivo il farmaco con un TSH di 5 mU/l, ma a 6mU/l ritengo sia opportuno”.

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Quando fare gli esami

Ma come fa la futura mamma a sapere che soffre di ipotiroidismo se non ha sintomi riconoscibili? In quali circostanze è consigliabile fare il dosaggio del TSH nel sangue? “Le linee guida americane dicono di non sottoporre al test indiscriminatamente tutte le donne in attesa o che pianificano una gravidanza, ma solo quelle che presentano determinati fattori di rischio”, osserva Vitti. “La lista dei fattori di rischio, però, è così ampia – familiarità per l’ipotiroidismo, sintomi riconducibili al problema, presenza di auto-anticorpi, altre malattie autoimmuni come il diabete, età superiore a 30 anni – che di fatto sono ben poche le donne a cui l’esame non è consigliato:  In conclusione, consiglio a tutte le aspiranti mamme di fare un controllo del TSH prima del concepimento, anche se non è tra gli esami offerti gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale”.

Un’ultima raccomandazione, non meno importante delle altre, è di utilizzare abitualmente in gravidanza il sale iodato. “Lo iodio è necessario alla tiroide per produrre i suoi ormoni e, poiché durante l’attesa il suo carico di lavoro aumenta, anche il fabbisogno di iodio cresce. Non sempre quello contenuto naturalmente negli alimenti è sufficiente a soddisfarlo. Meglio ricorrere all’integrazione col sale iodato”, conclude Vitti.

 

Maria Cristina Valsecchi

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