Preeclampsia: a che punto è la ricerca | Dolce Attesa
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Preeclampsia: a che punto è la ricerca

È una patologia che colpisce dall'1 al 5% delle donne in attesa. Oggi è disponibile un test per la diagnosi precoce, ma manca ancora un trattamento per bloccarne l'insorgenza

Preeclampsia: a che punto è la ricerca

Innalzamento della pressione sanguigna e proteinuria, cioè una concentrazione anomala di proteine nelle urine. Sono questi i due segnali dell’insorgenza della preeclampsia, una complicanza seria della gravidanza, che può causare danni gravi alla donna in attesa e al nascituro, fino a metterne a repentaglio la vita. “Nei Paesi industrializzati, le conseguenze della preeclampsia costituiscono la seconda causa di morte materna dopo l’emorragia post partum”, osserva Sergio Ferrazzani, ginecologo del Policlinico Gemelli di Roma.

La ricerca sta facendo luce sui meccanismi responsabili della patologia ed è stato messo a punto un test, un esame del sangue per predirne l’insorgenza fino a 4 settimane prima della comparsa dei sintomi, ma al momento non esiste ancora un trattamento di provata efficacia per bloccarla prima che si manifesti. “L’unica cura per la preeclampsia è partorire”, spiega Ferrazzani. “Quindi, se il problema insorge a gravidanza avanzata, dopo la 35a settimana, quando la nascita di poco prematura non rappresenta un pericolo per la salute del bambino, si induce immediatamente il parto. Se si manifesta precocemente, quando il feto è ancora troppo immaturo per venire alla luce, si cerca di guadagnare tempo somministrando farmaci ipertensivi, eparina e tenendo la donna a riposo assoluto, con la prospettiva di indurre il parto appena possibile o quando non se ne può più fare a meno per la sicurezza della madre”.

 

Due tipi diversi

La preeclampsia riguarda una percentuale variabile tra l’1% e il 5% di tutte le attese e si manifesta dopo la 20a settimana. “È più frequente nelle gravidanze gemellari, durante l’attesa del primo figlio e in presenza di alcuni fattori di rischio, come obesità materna, ipertensione preesistente il concepimento, iperglicemia, l’aver sofferto di preeclampsia in una precedente gravidanza”, spiega il ginecologo. “I sintomi che la donna può sperimentare sono gonfiore alle estremità, mal di testa severi e persistenti, dolore forte all’addome, disturbi alla vista. Talvolta il problema si manifesta subito in forma grave, talvolta in forma lieve, ma la sua evoluzione nel tempo è imprevedibile. Le possibili conseguenze sono distacco della placenta, insufficienza renale acuta, edema polmonare, emorragia cerebrale e convulsioni”.

Poco si sa su quali siano i meccanismi responsabili del fenomeno, ma negli ultimi anni la ricerca ha fatto progressi in tal senso, nella speranza che, risolvendo il mistero delle cause, si possa arrivare a un trattamento efficace per bloccarne o addirittura prevenirne l’insorgenza.

PreeclampsiaPerché tenerla sotto controllo

“Dagli studi più recenti è emerso che esistono due tipi di preeclampsia”, dice Daniela Di Martino, ginecologa dell’Ospedale Buzzi di Milano. “All’origine del primo tipo c’è una disfunzione della placenta che risale alla sua formazione nelle prime settimane di attesa. Conseguenza di questa disfunzione è la produzione di molecole infiammatorie che hanno effetti negativi sulla circolazione sanguigna nella placenta stessa, con ridotto sviluppo fetale, e sul sistema cardiovascolare materno. All’origine del secondo tipo di preeclampsia, invece, c’è una sindrome metabolica preesistente la gravidanza: diabete, ipercolesterolemia, ipertensione, obesità. Uno o più d’uno di questi fattori determinano uno stato di infiammazione generale che comporta danni alla placenta”.

 

Un test per la diagnosi precoce

 

Entrambi i tipi di preeclampsia sono associati ad alterazioni nella concentrazione del sangue materno di due proteine. “La prima è il fattore di crescita placentare, una molecola che stimola la formazione dei vasi sanguigni della placenta e li protegge” spiega la ginecologa. “La seconda proteina, collegata alla prima, è un recettore che inattiva il fattore di crescita placentare”.

 

Identikit della placentaLeggi

Le anomalie della concentrazione ematica di queste due molecole si manifestano prima degli altri segnali dell’insorgenza della preeclampsia, cioè l’innalzamento della pressione del sangue e una presenza anomala di proteine nelle urine. Per questa ragione è stato messo a punto un test per la diagnosi precoce della malattia che consiste nel dosaggio delle due proteine in un campione di sangue materno. Si può utilizzare già alla 20a settimana di attesa, ma la finestra ottimale di impiego è tra la 24a e la 36a.

“Il test ha un fattore predittivo negativo molto elevato, del 99,3% a una settimana”, spiega Di Martino, prima firmataria di uno studio sulle possibili applicazioni dell’esame, pubblicato sullo European Journal of Obstetrics, Gynecology and Reproductive Biology. “Ciò significa che se il risultato del test è negativo, nel 99,3% dei casi la preeclampsia non si manifesterà entro la settimana successiva. Il fattore predittivo positivo è più basso, del 36,7% a quattro settimane. Cioè, se il risultato del test è positivo, c’è un 36,7% di probabilità di insorgenza della malattia nelle successive quattro settimane”.

Pur prevedendo in anticipo l’insorgenza della preeclampsia, però, non si può far nulla per bloccarla prima che sia manifesta. “Esistono dei trattamenti farmacologici sperimentali, ma la loro efficacia non è ancora verificata”, osserva Ferrazzani. “Se il risultato del nuovo test ci dice che una donna probabilmente manifesterà i sintomi entro quattro settimane, possiamo solo tenerla sotto stretto controllo, misurando frequentemente la pressione in attesa che la malattia insorga per intervenire”.

 

I controlli per individuarla in tempo

 

Per la sua utilità limitata, il nuovo test non rientra tra quelli raccomandati a tutte le future mamme per la diagnosi tempestiva della preeclampsia che sono, invece, la misurazione della pressione sanguigna e l’analisi delle urine.

Viene infatti diagnosticata una condizione di preeclampsia quando la donna in attesa presenta una pressione arteriosa uguale o superiore a 140/90 mm Hg, oppure un rialzo improvviso di almeno 30 mm Hg della pressione minima (o sistolica) e 15 mm Hg della pressione massima (o diastolica), accompagnato da proteinuria, cioè una concentrazione superiore alla norma di proteine nelle urine. La proteinuria indica un difetto nel funzionamento dei capillari dei reni, che non riescono a trattenere al loro interno le proteine del sangue, ma le disperdono nell’urina.

“Raccomando a tutte le future mamme di misurare la pressione sanguigna almeno una volta ogni quindici giorni nei primi due trimestri e una volta a settimana nel terzo”, dice il ginecologo.

Pressione altaPerché va misurata

L’esame completo delle urine è invece raccomandato e offerto gratuitamente una volta al mese durante tutto l’arco dell’attesa.

 

Maria Cristina Valsecchi

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