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Piccoli centri nascita chiudono

La decisione di chiudere i piccoli centri nascita nelle zone montane dell'Emilia Romagna fa discutere. Ecco le motivazioni che hanno portato alla scelta

Piccoli centri nascita chiudono

Immagina di aspettare un bimbo e di abitare in un paesino di montagna, magari d’inverno, con la neve e il ghiaccio sulle strade: l’ospedale più vicino attrezzato per l’assistenza al parto è in città, a valle. È una situazione che può creare disagio. Disagio di cui si è fatto portavoce il Club Alpino Italiano dell’Emilia Romagna, che ha manifestato perplessità per la decisione di sospendere tutti i centri nascita attivi nella fascia appenninica emiliano-romagnola. “Una scelta che impoverisce l’area montana della nostra Regione e lo sforzo delle popolazioni appenniniche di rimanere aggrappate al territorio”, come si legge nel comunicato del CAI.

La soglia dei 500 parti

I centri nascita cui fa riferimento il Club Alpino sono tre: quelli degli ospedali di Castelnovo Ne’ Monti, Pavullo nel Frignano e Borgo Val di Taro. “Non sono stati chiusi: è stata sospesa solo l’attività di assistenza al parto. Rimangono attivi i servizi pre e post nascita”, precisa Sergio Venturi, assessore alle politiche per la salute della Regione Emilia Romagna. Sono piccole strutture e ospitavano pochi parti all’anno, meno di 200 ciascuna, un numero largamente inferiore alla soglia di 500 parti all’anno prevista dalla legge per rimanere in attività.

L’indicazione a sospendere è venuta dal Ministero della Salute per ragioni di sicurezza. “In campo non c’è mai stata la benché minima idea di risparmiare”, dice Venturi, “tanto è vero che abbiamo già stanziato 13 milioni di euro per potenziare strutture e personale dei tre ospedali in questione”.

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L’accordo Stato-Regioni

Nel 2010 Stato e Regioni hanno firmato un accordo per riordinare a livello nazionale la rete dei punti nascita, adeguando o sospendendo l’attività nelle strutture che non garantiscono determinati parametri di sicurezza. Tra le altre condizioni, per rimanere in attività un punto nascita deve disporre, 24 ore su 24, di ginecologo, ostetrica, anestesista e neonatologo di guardia e il numero di parti assistiti durante l’anno non deve essere inferiore a 500.

“Molti studi hanno dimostrato che, specialmente in ambito chirurgico, la mortalità si riduce all’aumentare delle dimensioni dell’ospedale, perché il personale ha maggiore esperienza nel gestire le emergenze. Per questo le grandi strutture sono considerate più sicure delle piccole, anche se l’organizzazione dell’assistenza alla nascita presenta delle differenze rispetto a quella dell’assistenza chirurgica”, spiega Serena Donati, del Reparto Salute della donna e dell’età evolutiva dell’Istituto Superiore di Sanità.

L’accordo Stato-Regioni del 2010 è in corso di lenta attuazione ormai da sette anni. Le realtà locali vengono valutate caso per caso perché è prevista la possibilità di ottenere delle deroghe.

In Emilia Romagna 3 deroghe e 3 sospensioni

“Se i presidi più vicini a quello che andrebbe chiuso sono troppo distanti in termini di percorrenza delle strade, per esempio nelle zone montane, o in presenza di altri parametri oggettivi, la Regione può chiedere al Ministero una deroga motivata”, spiega Donati. “Ovviamente il piccolo centro può rimanere aperto a patto che vengano presi dei provvedimenti per metterlo in sicurezza”.

Quando il Ministero ha comunicato alle autorità della Regione Emilia Romagna la necessità di sospendere l’attività dei tre punti nascita, le autorità locali hanno incaricato la Commissione regionale tecnico-consultiva per il percorso nascita di studiare la questione. “I centri di cui veniva indicata la chiusura erano sei: oltre ai tre sospesi, c’erano anche quelli degli ospedali di Scandiano, Mirandola e Cento”, spiega Venturi.

Gli esperti della Commissione, dopo essersi confrontati con le popolazioni locali, hanno consigliato alla Regione di chiedere la deroga solo per i tre centri di Scandiano, Mirandola e Cento. Per il primo, sceso solo di recente e solo di poco sotto la soglia dei 500 parti all’anno, hanno proposto un periodo di osservazione. I centri di Mirandola e Cento sono scesi sotto la soglia dei 500 parti all’anno dopo il terremoto e la loro situazione è considerata temporanea.

Nonostante le raccomandazioni della Commissione, la Regione ha presentato al Ministero la richiesta di deroga per tutte e sei le strutture. “Abbiamo percorso tutte le strade possibili senza lasciare nulla di intentato”, dice l’assessore. Ma come previsto, considerata la situazione, la deroga è stata concessa solo a Scandiano, Mirandola e Cento.

“Adesso occorre attenersi a questa decisione, consapevoli che la sicurezza, quando si parla di sanità, deve sempre venire al primo posto”, conclude Venturi.

 

Maria Cristina Valsecchi

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