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Il monitoraggio in gravidanza: cos’è

Il monitoraggio in gravidanza: cos'è

In cosa consiste il monitoraggio in gravidanza? Quando viene effettuato e quali parametri mette in evidenza? Guarda il video della ginecologa Stefania Piloni e dell’ostetrica Rosanna Felisi e segui il monitoraggio ripreso in diretta.

 

“Il monitoraggio in gravidanza, chiamato anche cardiotocografia,  è un esame che si fa alla mamma, non è invasivo ed è assolutamente  indolore.  A cosa serve il monitoraggio? Serve perché registra due importanti parametri  che consentono di valutare lo stato di benessere materno-fetale:  il parametro materno  rileva la presenza di attività contrattile uterina, il parametro fetale controlla il benessere del bambino tramite la registrazione del  battito cardiaco fetale. Come si esegue il monitoraggio?  Avviene attraverso un monitor e due trasduttori applicati sull’addome della mamma e mantenuti in posizione con delle fasce elastiche.

Posizionando le mani sul ventre della gestante, l’ostetrica esegue le manovre di Leopold, manovre di tipo diagnostico che tra le altre cose consentono di individuare il dorso fetale. Il lato del dorso corrisponde al cuore fetale. In questo punto viene applicato il primo trasduttore. In concreto, si esegue un piccolo elettrocardiogramma del bambino:  il trasduttore traccia l’andamento dell’attività cardiaca fetale e ne registra le accelerazioni, le decelerazioni e la frequenza cardiaca, che in un bambino normale è più o meno fra i 120/160 battiti al minuto, quindi veloce il doppio rispetto a quella di un essere umano adulto. I bimbi sono molto più veloci. Durante il monitoraggio, il rumore che si sente in sottofondo è il battito del cuore del bambino. Il secondo trasduttore viene posizionato proprio sull’utero e registra su un grafico le contrazioni uterine. Pertanto, un trasduttore per l’attività cardiaca fetale e un trasduttore per l’attività contrattile uterina.

Il cuore fetale reagisce  con variazioni di frequenza in presenza di contrazioni uterine,  può accelerare o può decelerare. L’accelerazione è vista come benigna,  per cui ogni volta che l’utero fa una piccola contrazione, il cuore fetale risponde  con una piccola accelerazione e questo ha un significato positivo. Se alla contrazione facesse invece seguito una decelerazione piccola, molto lieve,  segno di una leggera perdita di ritmo cardiaco, significa che c’è qualche problema che va approfondito.

Un monitoraggio in gravidanza completo dura quindici/venti minuti, lo si fa, di routine, in ospedale o presso un ambulatorio medico. In sala parto viene fatto, in più riprese, durante tutto il travaglio di parto, perché serve a controllare il benessere fetale.

Come si è detto, abbiamo due trasduttori di cui uno registra la frequenza del battito cardiaco del bambino, che di solito è intorno ai 120/160 battiti al minuto. Il grafico appare abbastanza frastagliato. La seconda linea sul tracciato segnala l’attività contrattile della mamma e permette di  capire se le contrazioni sono regolari o se sono ancora irregolari, quindi con pause variabili fra una contrazione e l’altra. La contrazione uterina ha un inizio, arriva a un massimo, cala e ha una pausa. Quando le contrazioni durano circa sessanta secondi, con una pausa di 2/3 minuti, e si ripetono da  circa due ore, si può dire che la donna è in travaglio di parto e che è in quella fase  in cui il collo uterino inizia la dilatazione.

Il monitoraggio cardiotocografico durante il travaglio di parto non viene eseguito ininterrottamente, di solito viene fatto per 15/20 minuti poi viene staccato, per permettere alla mamma di alzarsi, fare una passeggiata, camminare un po’, cambiare posizione e magari dopo un’ora o due viene riapplicato per altri 15/20 minuti.

La cardiotocografia ha anche altri significati. Per esempio, vicino al termine, quando manca più o meno una settimana, si può fare qualche monitoraggio per controllare che tutto sia a posto e che il bambino stia bene. Ha un significato aggiuntivo nel caso di una gravidanza oltre il termine.

Cosa accade alla mamma se arriva a quaranta settimane, alla data presunta del parto, e non ha partorito? Semplicemente a giorni alterni, un giorno sì e un giorno no, dovrà recarsi in ospedale e sottoporsi a un monitoraggio in cui viene controllata la salute fetale, che ci siano le accelerazioni giuste, che ci siano magari le contrazioni uterine che ci si aspetta e viene controllato il liquido amniotico. Il monitoraggio in gravidanza oltre il termine di solito viene portato avanti fino a 41,3 settimane,  per cui si aspettano ben dieci giorni dalla data della scadenza. Se a dieci giorni non c’è stato il parto, la mamma viene  ricoverata e si procede con l’induzione al parto. L’induzione al parto è una procedura ostetrica che si pratica in modo semplice applicando dei gel all’interno della vagina.  Sono gel a base di prostaglandine che aiutano l’apertura del collo dell’utero e anche in questo caso, per sapere quante volte applicare il gel e a quali intervalli, si procede sotto monitoraggio tocografico, perché è il modo più facile per capire se tutto sta andando bene.  Naturalmente anche la mamma dà queste informazioni, sente chiaramente le contrazioni, sente il dolore. Ma il monitoraggio lo rileva in un modo ancora più semplice e, soprattutto, rileva lo stato di salute del bambino durante le contrazioni, se sta bene o se vi sono decelerazioni  nell’attività cardiaca. La presenza di decelerazioni  può essere un motivo per procedere con un taglio cesareo anche durante l’induzione o anche durante un parto naturale vaginale senza induzione. Per cui il monitoraggio in gravidanza è un supporto fondamentale nella pratica ostetrico-ginecologica e nella gestione del parto.”

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