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12 febbraio 2018

E poi sarà amore, il diario di un futuro papà oltre tutti i cliché

Stefano Di Polito racconta senza imbarazzo e con grande sincerità la sua avventura di neopadre. Molto presente nella vita della piccola Lucía

E poi sarà amore, il diario di un futuro papà oltre tutti i cliché

E poi sarà amore, senza dubbio. “Non ho ancora sentito il tuo respiro e neppure visto i tuoi occhi, ma io già ti chiamo amore. E ho persino pianto per te e per l’inizio della nostra vita insieme”. Si apre così il toccante diario di un futuro papà, Stefano Di Polito, regista cinematografico torinese e autore di numerosi progetti sociali, pubblicato di recente da Imprimatur. Il libro, intitolato appunto “E poi sarà amore“, è una raccolta di lettere, 27 in tutto, che l’autore ha scritto nel corso della gravidanza per Lucía, la sua bambina. Cominciando dalla scoperta del suo arrivo, anzi ancora prima, dal desiderio di un figlio. Superando – come spiega lui stesso – il cliché dell’uomo che non può raccontare le proprie emozioni.

E poi sarà amore, contro ogni stereotipo

E prima ancora di metterle su carta, quelle emozioni Stefano le scandaglia, le assapora, le vive fino in fondo. La decisione di condividere questo intenso vissuto emotivo arriva solo in un secondo momento. Quando si rende conto che il suo diario potrebbe essere d’aiuto per altri padri. Ma anche per le future madri e le neomamme, per cui non sempre è facile comprendere le emozioni del proprio compagno. Ne parliamo con lui, per conoscere meglio questo nuovo modello di padre controcorrente. Che si lascia decisamente alle spalle il vecchio stereotipo del papà poco coinvolto nell’attesa e nell’accudimento del bebè.

Una bimba al momento giusto

Stefano, cominciamo dall’inizio, quando lei ha “sentito” che c’era un bimbo in arrivo.

Il desiderio di paternità nel mio caso nasceva da lontano. Potendo, sarei diventato padre anche a vent’anni. Quando con María abbiamo deciso che era il momento giusto, ho subito percepito un nuovo senso di responsabilità. Osservandola, ho colto una serie di cambiamenti – il maggior appetito, il fastidio allo stomaco – che hanno trasformato la speranza in certezza. “Secondo me ci siamo“, pensavo. Ero pronto. Lucía è arrivata nelle nostre vite quando ne avevo più bisogno. Avevo appena consegnato un film alla Rai, un’esperienza creativa molto lunga e impegnativa. E non riuscivo a scrivere più nulla. Lucía è venuta a sollevarmi e ricordarmi chi sono. Mi ha messo una penna in mano e mi ha detto: “Adesso scrivi. A me”. E così ho iniziato a scrivere le lettere.

Che poi hanno composto “E poi sarà amore”. La sua partecipazione alla gravidanza è stata così intensa, a livello emotivo, da tradursi in alcuni sintomi fisici.

Con le dovute proporzioni rispetto a quella che è l’esperienza della donna, sì. Ci sono stati almeno due episodi in cui ho percepito una sorta di scossa dentro di me. Una sensazione mai provata prima: non era un crampo, non era una fitta. Somigliava a un “colpetto” da dentro. È difficile da spiegare, ma in fondo ha un senso. Stando accanto a una donna incinta, abbracciandola, qualcosa succederà anche all’uomo. Ci sarà una reazione chimica che lo coinvolge… Per quanto riguarda invece i cambiamenti del corpo, mentre la futura mamma vede la sua pancia crescere, credo che all’uomo si allunghi il collo.

Nuove responsabilità

In che senso?

Naturalmente è una metafora. Quando aspetti un figlio senti più intensamente la responsabilità nei confronti della società in cui lo accoglierai. Senti il dovere di rivedere le regole. Di studiare la situazione. Non puoi più restare nel mondo in modo inconsapevole. In passato avevo già avuto occasione di ragionare sulle ricadute sociali delle mie scelte e delle mie azioni, ma la paternità rappresenta uno stimolo potente per impegnarsi di più. Ho iniziato a pensare a come Lucía mi avrebbe visto muovermi nella realtà e ai consigli che le avrei dato per muoversi lei stessa nel mondo. I figli ci guardano e imparano dal nostro esempio. Un’immensa responsabilità. Ma anche una grande opportunità per noi.

Come ha vissuto i primi movimenti, quando anche lei, seppure dall’esterno, ha potuto “ascoltare” la sua bambina, entrare in contatto con lei?

È stato il primo segnale che ha reso reale la sua presenza. Quando, con la mano sulla pancia della futura mamma, l’uomo percepisce i primi movimenti, il pensiero immediato è: “Allora c’è davvero!“. In un secondo si azzerano tutte le distanze. Non è più solo la madre che “sente” il suo piccino. Finalmente anche il padre ha accesso a questa dimensione fisica dell’attesa.

L’importanza della riflessione

Nell’immaginario comune è la donna che sfrutta i 9 mesi per riflettere e immaginare. Per chiedersi che madre sarà. Lei ribalta questo cliché. In “E poi sarà amore” racconta le energie spese nell’immaginarsi padre, pensando al suo rapporto con Lucía.

Credo che siano proprio gli uomini ad avere più bisogno di riflettere. La madre sente crescere il bambino nel suo grembo e quando, dopo la nascita, lo stringe a sé e lo attacca al seno per la prima volta, è un’esplosione di amore. Per l’uomo è meno immediato. È fondamentale dedicare del tempo a riflettere su quello che sta accadendo, su quello che sarà. Il fatto di aspettare una figlia femmina mi ha spinto a chiedermi con maggior urgenza che padre sarei dovuto essere. Se il bimbo in arrivo è un maschio puoi valutare se rifarti all’esperienza vissuta come figlio. Ma con un bambina…. Non hai modelli a cui riferirti, devi inventare tutto da zero.

Mentre la data presunta del parto si avvicinava ha avuto paura?

Sì, certo. Avevo paura di tutto quello che sarebbe potuto succedere, delle possibili complicazioni. Ho dedicato una delle lettere che compongono il libro a questa emozione. Alla fine ho concluso che fosse normale provare paura. Perché quando c’è un grande desiderio c’è anche il timore di perdere quello che si desidera. L’importante è concentrarsi più sul desiderio che sulla paura. Poi, quando si sono rotte le acque, ogni timore è scomparso. Sentivo solo di dover tranquillizzare María. La paura è tornata prepotente nell’ultima fase, al momento delle spinte, quando ho letto la serietà e la concentrazione negli occhi di chi l’assisteva. In quegli istanti ci si gioca tutto.

Volare con Lucía

E finalmente il primo abbraccio… Come è stato?

Per me è durato un’eternità. Lei era così leggera e io ho iniziato a volare.

Stefano, lei incarna un nuovo modello di padre?

Io incarno un amore profondo per mia figlia. I padri innamorati dei figli, che vogliono esserci, partecipare, avere un loro posto vicino al proprio bambino credo siano in aumento.

È notizia di questi giorni che al neopapà verranno concessi quattro giorni di congedo, anziché due. In “E poi sarà amore” lei critica la società italiana, il fatto che non dia importanza al ruolo paterno.

Questa cosiddetta conquista è ancor più triste della situazione di partenza. C’era l’occasione di fare un passo avanti, ma quello che è stato concesso ai padri cos’è? Quattro giorni? È un sistema contronatura. È inspiegabile. E le conseguenze sono evidenti. Impedire per legge a un uomo di stare con il suo bambino, di vivere la paternità, in una parola di essere padre, è follia. Ed è un’ingiustizia anche nei confronti delle donne e dei bambini. Accudire un bimbo piccino è un impegno a tempo pieno, una gioia immensa. Ma anche un’incredibile fatica che la neomamma non deve affrontare da sola. E per il bambino è importante poter conoscere entrambi i genitori. Per il padre è impegnativo, ma che felicità si sperimenta? Questa è una legge fuori dal tempo. È una legge maschilista che danneggia anche gli uomini. Tra l’altro, il coinvolgimento e la partecipazione paterna possono rappresentare il primo passo per contrastare l’aggressività e la violenza dilagante contro le donne e i minori. Il cambiamento dipende proprio da noi uomini.

Il confronto che manca

Lei segnala anche l’assenza di occasioni per gli uomini di confrontarsi e condividere esperienze.

Non ci sono opportunità, in questo senso, per i futuri padri. A differenza di quanto accade alle future mamme, non riconosci un altro papà in attesa. Se non vengono create delle occasioni non c’è modo di confrontarsi o discutere dell’esperienza che si sta vivendo. La cosa più bella che mi è successa grazie a questo libro è che molti uomini mi hanno confidato di essersi ritrovati nelle mie parole. Servono percorsi strutturati per la coppia, che permettano a entrambi di prepararsi alla trasformazione che li aspetta. Essere pronti al dopo è fondamentale. I primi mesi dopo la nascita sono impegnativi. Ai genitori viene chiesto di imparare a mettersi in ascolto, di accogliere il pianto del bambino e rispondere prontamente. Di esserci per lui di giorno e di notte, senza tregua. Non dormire è faticoso, e sentirsi completamente responsabile nei confronti di un’altra creatura lo è ancor di più. Spesso i futuri genitori non sanno cosa aspettarsi. L’arrivo di un figlio ci chiede di trasformarci, di diventare generosi. Di mettere le esigenze di un’altra persona davanti alle nostre. Un bimbo che piange ha sempre ragione. Sta a noi saper accogliere il suo bisogno, essere all’altezza della situazione.

In “E poi sarà amore” lei racconta di aver deciso di prendersi una pausa professionale di 6 mesi per restare accanto alla sua compagna. Come sono stati i primi tempi da papà?

È stata una decisione controcorrente, faticosa da prendere. Ma mi sembrava importantissimo esserci per María e per la mia bambina. Ed era importante anche per me. Per abituarmi al mio nuovo ruolo. Per imparare a essere padre. È stata una scelta difficile, ma mi ha ripagato di ogni fatica. Un uomo non dà alla luce un figlio, ma dà alla luce un padre. Inoltre, oggi sappiamo che nei primi anni di vita si pongono le basi della personalità dell’individuo. Lucía oggi ha 3 anni ed è una bambina molto dolce. Io credo che la sua serenità nasca dal fatto di aver avuto accanto entrambi i suoi genitori.

Un consiglio per i futuri papà?

Di esserci, di lasciarsi coinvolgere, di sentirsi partecipi sin dalla gravidanza. Di cogliere questa opportunità per riscoprirsi. La nascita di un figlio ci mette in contatto con l’eternità. Il bambino è un alleato della nostra trasformazione. Ci chiede tanto, tantissimo. Ci chiede di cambiare completamente… e meno male che ce lo chiede!

Giorgia Cozza

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