Citomegalovirus in gravidanza: puntiamo sulla prevenzione | Dolce Attesa
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Citomegalovirus in gravidanza: puntiamo sulla prevenzione

Un nuovo studio evidenzia che un numero significativo di infezioni da CMV sfugge agli esami oggi disponibili per la diagnosi in gravidanza. In attesa che la ricerca metta a punto un vaccino, bisogna conoscere ed evitare i comportamenti a rischio per prevenire potenziali danni

Citomegalovirus in gravidanza: puntiamo sulla prevenzione

Lavarsi accuratamente le mani più volte al giorno, soprattutto dopo avere accudito un bimbo in età prescolare: è questa la strategia migliore per abbattere il rischio di contrarre il Citomegalovirus in gravidanza, che resta comunque molto basso. Gli esami per diagnosticare l’infezione durante l’attesa, al contrario, sono di dubbia utilità.

Lo conferma lo studio di un gruppo di ricercatori dell’Università di Kobe, in Giappone, pubblicato sulla rivista Clinical Infectious Diseases. Il contatto con il Citomegalovirus non dà immunità permanente: ci si può infettare più volte nel corso della vita, spiegano gli autori della ricerca. Le infezioni secondarie, cioè quelle a carico di persone che hanno già contratto il virus in passato, sfuggono agli esami oggi disponibili per lo screening del CMV in gravidanza, ma comportano un rischio di danni al feto nettamente inferiore rispetto a quelle primarie, cioè quelle contratte per la prima volta.

“Sul Citomegalovirus purtroppo giriamo in tondo da decenni senza grandi risultati. L’esito di questo studio lo conferma”, osserva la ginecologa Anna Maria Marconi, membro del comitato scientifico dell’Associazione per lo Studio delle Malformazioni. “Non siamo in grado di diagnosticare tutte le infezioni. E in presenza di una diagnosi non abbiamo strumenti per impedire la trasmissione del virus dalla madre al feto o per prevenire le sequele neonatali.

“L’impegno per mettere a punto un vaccino è assiduo”, osserva la ginecologa Anna Maria Marconi, membro del comitato scientifico dell’Associazione per lo Studio delle Malformazioni. “Ma finché non sarà disponibile bisogna puntare sulla prevenzione, conoscendo ed evitando i comportamenti che aumentano il rischio di contrarre l’infezione durante l’attesa”.

Che cos’è il CMV e come si trasmette

“Il Citomegalovirus appartiene alla famiglia degli Herpes virus”, dice Marconi. È la stessa famiglia di cui fanno parte l’herpes labiale, quello genitale e la varicella. “L’infezione si acquisisce tramite il contatto con liquidi biologici infetti: saliva, urine, secrezioni vaginali, liquido seminale, sangue, latte. Se contratta da un adulto dotato di difese immunitarie efficaci, decorre spesso in maniera asintomatica. Solo in una piccola percentuale di casi si manifesta con qualche linea di febbre, stanchezza, dolori muscolari e lieve ingrossamento dei linfonodi. Per questa ragione è frequente che la malattia non venga riconosciuta”.

L’infezione primaria è più comune tra i bimbi sotto i cinque o sei anni, più rara tra gli adulti. Spesso, dunque, il veicolo del contagio sono i bambini. “Nel nostro Paese la probabilità per un adulto di infettarsi nel corso di un anno varia dal 2 al 6%”, spiega la ginecologa. “Per le mamme di bimbi piccoli, le donne che lavorano negli asili nido o hanno un altro impiego che comporta contatti quotidiani con bambini in età prescolare, il tasso di infezione annuo sale al 10-20%”.

I rischi in gravidanza

Se ad ammalarsi è una donna in attesa, il virus può attraversare la barriera della placenta e infettare anche il feto. “Può produrre danni agli occhi, deficit uditivo, calcificazioni cerebrali, epatite con calcificazioni e ingrossamento del fegato, anemia e trombocitopenia, cioè carenza di piastrine nel sangue”, spiega Anna Maria Marconi. “La gravità delle potenziali conseguenze è maggiore se la malattia insorge nelle prime 12-16 settimane di gravidanza”.

Quando l’infezione materna è primaria, il rischio di trasmetterla al nascituro è del 30-40%, ma non sempre ne consegue un danno. Il rischio di sequele, più o meno gravi, è del 5%. “In caso di reinfezione, solo lo 0,15% dei feti contrae il virus e tra questi solo l’1% riporta danni permanenti”, spiega la ginecologa. “Si tratta dunque di una probabilità esigua, ma che si può ridurre ulteriormente mettendo in atto alcune semplici accortezze”.

Igiene e attenzione

Poiché il veicolo più comune di contagio sono i bambini, le occupazioni a contatto con i piccoli in età prescolare sono considerate a rischio in gravidanza e le donne in attesa che lavorano in questo settore hanno diritto al congedo di maternità anticipato. “Le future mamme che hanno già un bambino devono prestare particolare attenzione all’igiene”, avverte Marconi. “Devono evitare di baciarlo in prossimità della bocca e del naso, non condividere con lui stoviglie e posate e lavarsi accuratamente le mani dopo aver cambiato il pannolino, fatto il bagnetto al piccolo, dopo avergli pulito il nasino, dopo avergli dato la pappa”.

I controlli da fare prima e durante l’attesa

Il test di screening proposto da alcuni ginecologi in fase preconcezionale e in gravidanza consiste nella ricerca di due specifiche immunoglobuline nel sangue della donna, le IgM e le IgG. “Le IgM compaiono nel sangue circa quattro settimane dopo l’infezione. Se risultano positive, la malattia è in atto”, spiega la ginecologa. “Le IgG positive, invece, denotano che la malattia è stata contratta in passato. Un altro esame, il test di avidità delle IgG, permette di determinare l’epoca della passata infezione: stabilire se è recente o lontana nel tempo”.

Lo studio dei ricercatori di Kobe ha evidenziato che l’uso combinato di queste analisi consente di diagnosticare le infezioni primarie, ma non le reinfezioni.

Esami in gravidanzaLeggi

Benché prescritto da alcuni medici, lo screening per il CMV non è tra quelli raccomandati e offerti gratuitamente alle future mamme dal servizio sanitario pubblico. “La ragione è che in caso di positività non si può far nulla per bloccare la trasmissione del virus al feto e anche il trattamento con immunoglobuline specifiche non esclude l’eventualità di un danno”, osserva Marconi. “Se le analisi evidenziano un’infezione materna in atto, si può eseguire, dopo la 20a settimana di attesa, un’amniocentesi con ricerca del virus nel liquido amniotico. È opportuno, poi, sottoporsi a controlli ecografici ripetuti per evidenziare eventuali danni a carico del feto, ricordando però che non tutti i danni sono visibili con l’ecografia”.

 

Maria Cristina Valsecchi

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