Andrea, il nostro piccolo grande miracolo | Dolce Attesa
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Andrea, il nostro piccolo grande miracolo

Sono servite tanta forza e tanta determinazione per affrontare i numerosi ostacoli comparsi lungo il cammino. Ma alla fine, con la fecondazione eterologa, Elena e Attilio sono riusciti a coronare il loro sogno e ad avere il loro bambino

Andrea, il nostro piccolo grande miracolo

Elena, 37 anni, giornalista di Torino, stringe le tra braccia il suo meraviglioso bimbo che ha appena compiuto due mesi. Andrea è il suo piccolo grande miracolo, perché il percorso per arrivare ad abbracciarlo non è stato dei più semplici, anzi… Sono servite tanta forza e tanta determinazione per affrontare i numerosi ostacoli comparsi lungo il cammino e conquistare, insieme al marito Attilio, il loro lieto fine.

Elena, cominciamo dall’inizio, quando hai sentito il desiderio di diventare mamma, ma è arrivata una diagnosi dura da accettare…

Avevo 33 anni, quando con il mio compagno abbiamo deciso di cercare un bimbo. È stato allora che il mio ciclo mestruale si è interrotto. Test genetici e dosaggi ormonali hanno portato alla diagnosi: menopausa precoce. Ulteriori indagini hanno mostrato il totale degli ovociti che mi erano rimasti, ovvero… nessuno.
Ricordo ancora il giorno esatto della diagnosi, il 14 agosto 2013. Esattamente un mese dopo, Attilio mi ha chiesto di sposarlo. E io, che ero sempre stata contraria al matrimonio perché lo consideravo un’istituzione inutile e superata, ho compreso che Attilio sarebbe stato il compagno su cui avrei sempre potuto contare, una persona forte, pronta a essere al mio fianco, a prescindere dal modo in cui saremmo riusciti a diventare genitori.

E hai detto sì?

E ho detto sì. E ci siamo sposati.

E c’era sempre il desiderio di un figlio

Sì, e la soluzione di cui ci hanno parlato i medici – vista la mia situazione – è stata la fecondazione eterologa. Una soluzione su cui mi ero già trovata a riflettere in passato, come cittadina e poi come giornalista. Ricordo infatti che pur essendo molto giovane, quando era stato indetto il referendum (che ha confermato la situazione precedente, per cui la fecondazione eterologa ha continuato ad essere vietata nel nostro Paese) mi ero documentata per comprendere meglio i quesiti referendari e il tema mi aveva appassionato. Nel 2009, quando ho sostenuto l’esame per diventare giornalista professionista, l’argomento da sviluppare per l’esame scritto era stato questo. Ciclicamente la questione è tornata a presentarsi nella mia vita, dandomi modo di rifletterci.

Hai deciso subito che era la strada giusta per te, per voi?

No. Dopo la diagnosi c’è stato un momento di sconforto. Ho dovuto affrontare tutta una serie di dubbi che non sono razionali, ma che in queste situazioni credo siano inevitabili. Mi chiedevo: “Forse non sono adatta per diventare mamma?” e “Fino a che punto sono disposta a spingermi?”.
Finché un giorno, anche grazie all’osservazione di una cara amica che aveva sottolineato che il mio era un disturbo fisico, che riguardava l’apparato riproduttivo, ma non era diverso da un disturbo a carico di altri organi, sono riuscita a riportare la questione nei giusti termini. Il mio era un problema fisico. Se la scienza poteva aiutarmi a risolverlo, perché non tentare?

E così avete intrapreso l’iter per tentare questa strada…

Sì, ma ecco un nuovo imprevisto… Un intenso dolore al fianco mi porta a sottopormi a una serie di controlli che evidenziano un problema al pancreas. Ho messo da parte il discorso della procreazione medicalmente assistita, poiché non potevo pensare a un figlio finché non conoscevo la natura del problema. Fortunatamente si trattava di una cisti pancreatica, ma il gastroenterologo mi ha sconsigliato di iniziare il percorso della fecondazione assistita per non correre il rischio che gli ormoni della gravidanza ne facessero crescere le dimensioni (la cisti era già di 5 centimetri), aumentando la possibilità che il problema degenerasse. Così è trascorso un anno per valutare la situazione.
A quel punto, dato che le dimensioni della cisti erano rimaste invariate, il medico ha dato il via libera alla ricerca di una gravidanza considerando che, se anche la cisti fosse cresciuta per influenza degli ormoni, ci sarebbe stato il tempo per portare a termine l’attesa e poi procedere con l’intervento (che consiste nella rimozione di due terzi del pancreas e della milza).
Rassicurati, ci siamo rivolti a un centro privato che collabora con una clinica di Barcellona. Era il maggio del 2016. Attilio sarebbe dovuto partire di lì a poco per un viaggio di lavoro, così prima della sua partenza si è proceduto con la donazione del seme.
Consegnati i documenti – un quintale! – per procedere con la fecondazione in vitro, una donatrice ha offerto sei ovuli di buona qualità, che sono stati tutti fecondati. Nei cinque giorni successivi (giorni cruciali per la sopravvivenza degli embrioni), tre dei sei embrioni hanno continuato a svilupparsi e quindi sono stati congelati e inviati al centro italiano.
Mi sono sottoposta a una cura ormonale e il 3 ottobre è stato eseguito il transfer, ovvero il trasferimento degli embrioni nel mio utero. Ecco, qui mi definisco miracolata, perché al primo tentativo… è andato tutto bene!

Finalmente un po’ di fortuna. Quando hai avuto la certezza che la gravidanza era iniziata?

Dopo 20 giorni. Ho fatto il test di gravidanza. O meglio, ho fatto quattro test di gravidanza e il risultato era positivo. Aspettavamo un bambino!

Quattro test?

Sì. Con Attilio avevamo stabilito di fare il test il sabato mattina in modo da essere a casa insieme, tranquilli, senza dover uscire per andare al lavoro. Nel pomeriggio del venerdì, però, non riuscivo a resistere e così ho pensato di farlo subito, in modo tale che se fosse stato negativo avrei avuto il tempo di metabolizzare la cosa prima che Attilio arrivasse mentre se fosse stato positivo… be’ lui sarebbe stato felice. Fatto il test… era positivo! Ne ho fatto un altro per sicurezza. Positivo. Ho telefonato subito ad Attilio al lavoro e lui, dopo avermi chiesto se ero sicura, si è messo a piangere. Ho chiamato anche al centro che ci seguiva per chiedere se avrei dovuto fare un esame del sangue e mi hanno risposto di no. Quella notte ho fatto un altro test. Il quarto l’ho fatto al mattino alle cinque del giorno successivo. Poi ho fatto anche le analisi del sangue.

Ok, diciamo che hai avuto l’assoluta certezza che ci fosse un bimbo in arrivo. Cosa hai provato in quei momenti?

Vivevo come in una bolla. Ho sperimentato una gioia immensa, ma anche una sorta di diffidenza. Sembrava troppo bello, possibile che davvero fossimo stati così fortunati? Che tutto fosse andato bene al primo tentativo mentre tante coppie dovevano ripetere l’iter più volte? Temevo che da un momento all’altro potesse capitare qualche nuovo imprevisto. D’altronde in passato c’era sempre stato qualcosa che ritardava il nostro percorso e ci faceva perdere la speranza… Così con Attilio abbiamo stabilito di non farci illusioni, di aspettare fino alla prima ecografia, anche se dentro di noi… il sogno era iniziato. In quelle settimane di limbo capitava a volte che uno di noi si lasciasse trasportare dall’entusiasmo e dalla speranza e subito l’altro lo riportava con i piedi per terra. Ci ricordavamo a vicenda di essere cauti.

Quando alla settima settimana abbiamo fatto la prima ecografia e abbiamo visto il nostro minuscolo bambino… da quel momento non ci siamo più trattenuti! Non ho più avuto pensieri negativi. È come se avessimo pensato: ok, da qui in avanti andrà tutto bene.

E così è stato…

Sì, ho vissuto una gravidanza serena. Ho avuto tutti i disturbi comuni dell’attesa, dalle nausee (durate fino al quinto mese!), al mal di schiena, ai gonfiori… Ma li ho vissuti con la costante consapevolezza di essere stata tanto fortunata.

Con il trascorrere dei mesi hai iniziato a pensare all’esperienza del parto?

Sì, desideravo un parto naturale. La ginecologa mi aveva spiegato che la nostra era considerata una gravidanza preziosa, per cui avrei potuto scegliere io se sottopormi a un cesareo o vivere l’esperienza di una nascita naturale. Io preferivo assolutamente la seconda. Alla fine è stato necessario indurre il parto un paio di settimane prima del termine perché il mio corpo si era gonfiato tantissimo. I valori della pressione erano normali, ma la ginecologa temeva possibili complicazioni per la mia salute, così si è deciso di anticipare la nascita. Andrea era già un bel bambinone, le sue dimensioni erano sempre state molto grandi, tanto che a un certo punto temevo di dover partorire un bimbo di sei chili. Ha preso dal suo papà: Attilio è alto quasi due metri e alla nascita pesava quasi cinque chili. In realtà poi, Andrea pesava “solo” tre chili e ottocento grammi!

Raccontaci come sono andati il travaglio e la nascita di Andrea. Attilio era con te?

È stato un parto molto lungo. E Attilio lo ha vissuto con me, momento per momento, non mi ha mai lasciato. Perché il travaglio si avviasse ci sono voluti due giorni, diversi tentativi di induzione, lo scollamento delle membrane e la rottura manuale del sacco amniotico. Quando finalmente il travaglio è partito, in due ore la dilatazione è arrivata a dieci centimetri, e io che avevo sognato di vivere questa fase assumendo posizioni diverse, cercando sollievo nell’acqua calda della doccia e/o della vasca, non ho avuto il tempo per nulla. Sono rimasta a letto con il monitoraggio, pensando che se davvero quello “non era ancora il travaglio” come mi dicevano, non sapevo proprio come avrei fatto a sopravvivere al travaglio… Quella dilatazione così veloce ha colto tutti di sorpresa.

La fase espulsiva è durata due ore, io ero concentratissima, tra una contrazione e l’altra parlavo con mio marito, gli chiedevo un po’ d’acqua (avevo una sete terribile!) e gli dicevo che lo amavo tanto. Nonostante il dolore, affrontare questa prova insieme a lui è stata un’emozione intensa, un’esperienza totalizzante, bellissima. Quel giorno ci siamo detti che in futuro, quando ci sarebbe capitato di litigare avremmo dovuto ripensare alla magia vissuta insieme quella notte. Alle 5 e 55 del mattino, Andrea è venuto alla luce. Lo hanno posato sulla mia pancia e lui subito ha fatto cacca e pipì…

Che cosa hai provato in quel momento?

Per un minuto sono rimasta a guardare quel visetto senza sapere cosa dire, come inebetita. Chi è? Da dove viene? Poi è arrivato il pianto liberatorio – mio e di Attilio – e la gioia. Immensa. Indescrivibile. Nelle due ore trascorse con il mio bimbo nudo sul petto, ho sperimentato uno stato di beatitudine da cui forse non sono ancora riemersa.

Quale consiglio ti senti di dare a una donna che sta valutando il percorso della fecondazione eterologa?

Credo sia giusto arrivare a questo passo dopo essersi poste tutte le domande possibili, dopo aver riflettuto e valutato bene, ma credo anche che a un certo punto sia necessario “buttarsi”. La scienza ci ha offerto questa opportunità, se lo desideriamo è giusto coglierla. Vivremo le stesse esperienze delle altre madri, non consideriamoci mai mamme di serie B.

Può capitare di chiedersi come vivremo il fatto che il bimbo non avrà il nostro Dna, che non ci assomiglierà. È umano chiederselo, quando magari sin da bambine abbiamo immagino un figlio con i nostri occhi, o con il naso del nonno… Bene, nel momento in cui la gravidanza ha inizio, quando quel bambino si fa sentire con un calcetto, quando scuote il pancione con il suo singhiozzo, tutti questi dubbi semplicemente spariscono, si dissolvono. Quello è tuo figlio e basta, tutto il resto non importa. E lui sa che tu sei la sua mamma. Già prima di nascere. E una volta nato sarà tra le tue braccia e si calmerà subito, si sentirà al sicuro, si sentirà felice. Niente altro conta.

 

Giorgia Cozza

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